Habibi è un romanzo potente, ambizioso, complesso. Il suo autore, Craig Thompson, aspira - con ottime probabilità di riuscirci - ad entrare nella ristretta cerchia di Spiegelman, Ware, Mazzucchelli, il nostro Gipi. Cioè autori per i quali nessuno si spaventa a utilizzare termini come letteratura, poetica o messaggio. Le loro opere vanno messe in biblioteca (e vendute in libreria) insieme ai colleghi scrittori non-disegnatori.
Un ulteriore traguardo raggiunto da Thompson in questo suo terzo "romanzo disegnato" è essersi completamente affrancato da ogni autobiografismo, unico criterio utile distinguere le opere veramente valide in un genere, quello della graphic novel adulta, ormai fin troppo affollato di "diari", amarcord e soliloqui.
Cinque anni di lavoro, e soprattutto di documentazione, gli hanno permesso di costruirsi una sua visione del mondo arabo moderno. Con nessuna pretesa di scientificità o completezza, l'artista sceglie ciò che lo colpisce
Il plauso intellettuale si scontra però con il gusto. Habibi non mi è piaciuto nel senso più semplice dell'espressione. Non è stata un'esperienza spensierata, zero immedesimazione con i personaggi, un gravoso senso di angoscia si è sistemato alla bocca dello stomaco per la settimana che è durata la lettura. I temi cari all'autore dai tempi di Blanketts ci sono tutti. Il peccato, la tentazioneil desiderio fisico vissuto come l'anticamera della caduta degli uomini verso il male. Nell'ottimo lavoro di scavo su una cultura diversa sono emersi i punti comuni alla sua formazione cristiano-fondamentalista (rinnegata, ma decisamente presente): la religione è un'esperienza punitiva e totalitaria in grado di togliere ogni gioia di vivere.
Non mi piace neanche che, come in Blanketts, l'emancipazione dalla ragnatela di coercizione e superstizione dei personaggi non porti alla conquista della felicità, ma solo ad un maggior senso di solitudine e spaesamento. Con un'aggiunta tutta nuova: i rimandi all'inquinamento e alla violenza verso la natura come metafora fin troppo scoperta dell'incapacità degli uomini di fare il proprio bene e godere dei doni di Dio
Se non fosse stato un fumetto, ma un semplice romanzo, non l'avrei degnato di uno sguardo. Invece l'importanza di questa opera per l'affermazione anche fuori da giro degli appassionati mi ha costretto a entrarci dentro, a confrontarmi con una visione tanto diversa dalla mia.
Ma forse diventare adulti, anche per fumettisti e fumettari, significa comprendere che non si può vivere solo degli zuccherini che titillano il nostro animo di fan, o ci esaltano (o che grattano certi pruriti). Ma significa scoprire anche ingiustizie, responsabilità, doveri. I bambini amano carezze e lodi, forse possono accettare una sfida se posta con arguzia. Ma scappano dalla frustrazione, non accetteranno mai che la realtà è spesso indifferente ai loro desideri, loro preferiscono "fare finta che"
C'è tra gli appassionati tanta voglia di godersi invece il proprio isolamento, rintanarsi nei ghetti di citazioni, convention e riletture dei propri idoli. Era vero in passato dove gli spazi erano angusti, Figuriamoci ora che ci sono centinaia di ore di film e telefilm, milioni di pagine di fumetti e libri e centinaia di sceneggiatori al lavoro 24 ore su 24 per noi. Si può passare una vita intera dall'adolescenza alla vecchiaia senza interessarsi d'altro.
Là fuori c'è un mondo più complesso, da vedere e trasportare su tavole e vignette, senza rinnegare sensibilità e valori che su altretavole e vignette si sono formate. Più il fumetto diventa main stream e meno questa consapevolezza diventa urgente. Sarà anche l'ombelico più bello del mondo, ma rimane un ombelico.