giovedì 12 febbraio 2015

Letture di gennaio ultima parte

Topi di biblioteca
Unwritten 35-36-37-38 (Dc Comics)

Un tempo si criticava un film dicendo che era un “fumettone”: dialoghi piatti, personaggi caricaturali (i buoni troppo buoni e i cattivi senza speranza), ambientazioni improvvisate e incoerenti. Lasciando da parte il fatto che i fumetti mainstream, almeno quelli belli, non sono così dagli anni ’60, Unwritten è comunque la risposta definitiva a questo luogo comune.
Harry Potter, Dickens, Dante, l’intera mitologia classica, Melville, Jack London e naturalmente la Golden age dei fumetti sono la materia prima per un fumetto con un background da corso universitario in semiotica, letteratura o filosofia.
C’è anche tanta azione e qualche difetto tipico della coppia Mike Carey e Peter Gross (come nel Lucifero Vertigo). Fumetti tanto "intellettuali" regalano dei personaggi un po’ troppo freddi, costruiti, difficili da amare. Il gemello Fables è molto più spensierato senza essere meno complesso, ma Unwritten vale il vostro tempo

L'altra apocalisse
Sweeth Tooth 5  (Image-Rw Lion)

Mi accodo buon ultimo al Jeff Lemire fan club, antica scuola canadese che riesce a scrivere comics con leggero distacco, senza credere fino in fondo al “Mito” come succede al 99% degli americani. La serie è apocalittica e il parallelo con The Walking dead è inevitabile, quasi un tentativo della Dc di inseguire il filone aperto dalla Image.
Lemire è più sottile di Robert Kirkman: l’uomo-renna Gus e gli altri personaggi hanno parabole molto personali alla disperata ricerca di una nuova casa dopo l’afflizione che ha spazzato via il nostro presente. In the Walking dead Rick e compagnia sembrano sempre una metafora della “società umana” che tenta di ricostruirsi, di solito fallendo

No good lads

The Boys tpb. 11-12 (Dynamite)
Garth Ennis è un maestro in molte cose, ma non nei finali e gli ultimi due paperback di the Boys lo confermano. La serie ha smesso di stupire dopo Herogasm e le parodie alla lunga stancano. Come sanno anche i muri il vecchio Garth odia gli eroi e superodia i supereroi, lo certifica pilotando il suoi ragazzi verso una truculentissima deflagrazione. La vera notizia è che dopo 72 numeri (di cui almeno una decina di troppo) Ennis si commuova e ci grazi con la cosa più vicina ad un lieto fine che la sua mente possa congegnare.
Piccola notazione personale: leggerlo in lingua originale è stato puro masochismo, i dialoghi sono la trascrizione fonetica della parlata scozzese.


Die Orcs!
Kodt 208-209-210-211-212 (kenzer co)
Attenzione!!! Roba da veri nerd. Knights of Dinner Table è una strip iniziata vent’anni fa da tal Jolly Blackburn su cinque ragazzi (sempre meno ragazzi ormai) che ogni settimana si riuniscono per giocare ad un gioco di ruolo fantasy chiamato Hackmaster. I disegni sono “fatti con il computer” nel senso che Jolly, incapace di disegnare per sua stessa ammissione, ha scannerizzato un po’ di ambienti ed espressioni dei personaggi e li ripropone a seconda dell’occasione cambiando i baloon. Abbastanza a sorpresa non solo Kodt esce regolarmente ogni mese da due decenni con una rivista tutta sua piena di rubriche sui giochi di ruolo, ma ha anche dato vita ad una casa editrice del settore molto fiorente. Hackmaster da parodia di D&D è diventato un sistema reale e anche discretamente giocato. I personaggi della strip ormai superano i 50 e il seguito dei fan è abbastanza ampio e fedele da aver finanziato una webserie su Kickstarter. 
Si ride solo se si è veramente dei gamers di qualche generazione fa, altrimenti vi sembrerà tutto incomprensibile. Per un assaggio andate qui

La delusione
L’intervista -Manuele Fior (Bao)

Lo stile rarefatto di Fior qui sfiora l’inconsistenza, evidentemente 5000 Km al secondo era più meditato, covato il giusto tempo nell’animo dell’artista. Quando si opera in sottrazione, cercando di rendere l’atmosfera, l’essenza di un sentimento bisogna padroneggiare la sceneggiatura e i propri mezzi espressivi molto meglio di quando Fior non faccia in questa graphic novel. Il risultato è una fantascienza che non si capisce a cosa serva nella logica degli eventi raccontati (distrarre da un andamento piatto?), messa lì a “decorare” una serie di eventi che non hanno nessun legame con il finale (l’intervista del titolo) e in cui operano personaggi talmente ermetici da risultare incomprensibili.
L’obiezione ovvia è che da lettore non sia riuscito a trovare la sintonia con Fior. Possibilissimo visto il suo stile, ma direi che in questi casi la responsabilità è più dell’autore che dovrebbe proprio riuscire a comunicare con un pubblico più ampio possibile. Direi che portare oltre questa riflessione molto in là nella fantastica terra delle seghe mentali
 

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