mercoledì 9 aprile 2014

Onda lunga Image, un premio per chi cambia rotta

Gli ultimi dati sulle vendite dei comics nel mese di marzo, segnano un paio di novità interessanti. Image non solo si conferma la terza forza del mercato, ma fa il miglior risultato da 15 anni a questa parte. Dati ancor più lusinghieri se si pensa che "Big I" domina nei paperback grazie a titoli come Walking Dead e Saga. In cinque anni ha praticamente raddoppiato il peso in una torta che peraltro è cresciuta

Il mercato Usa sembra entrato in una fase di ripiegamento molto importante, è probabile che si ripeta, su numeri più alti, il ciclo del decennio scorso. Lo sforzo produttivo, creativo e di marketing degli ultimi tre anni (I film Marvel, il reboot dell'universo Dc) hanno in qualche modo testato i limiti strutturali del mondo delle fumetterie americane e aperto nel miglior modo il mercato digitale. Ora inevitabilemente si tira il fiato. Molto è stato costruito: oltre all'ottima salute delle due grandi editrici, un gruppetto di aziende medie hanno costruito delle realtà solide. Dark Horse, Dinamite, Idw sono in grado di prendersi licenze importanti e coinvolgere autori di primo piano. Sono alternative vere e aumentano la quantità complessiva di creatività "in circolo". Un salto di qualità che ha rivoluzionato il fronte delle entrate prodotto dalle trasposizioni cinematografiche e televisive.  La crescita esponenziale di "esportazioni" dal fumetto agli altri media e meno importante del fatto che Marvel, Dc e le altre siano nella parte alta della catena di produzione tenendo il pieno controllo dei progetti (fIlm, videogiochi e serie tv).

Proprio in questo senso il premio all'Image da parte dei lettori è anche poco rispetto al valore del suo ruolo nell'industria. Eric Stephenson è considerato il miglior editor del settore, nella sua gestione dal 2008 ha dimostrato di avere senso degli affari e sensibilità artistica, uno in grado di lasciare un segno, quasi ai livelli di Karen Berger. Ha un roster di autori/disegnatori paragonabile a quello delle due megapotenze. Paga meno e vende meno, ma permette agli autori maggiore libertà e totale controllo sulle loro creazioni, così non solo è un'ottima rampa di lancio per artisti che si vogliono mettere in mostra (Bendis, Kirkman, Hickman, Fraction) per citare solo l'ultimissima infornata, ma è anche un punto di riferimento per quelli che si vogliono prendere una pausa dagli obblighi derivanti dalla fama raggiunta (millar, J. Michael Straczynski, Vaughan). Un'opera di rigenerazione dello stock di talento complessivo che nessuno è in grado di replicare come dimostra la distruzione della Homage perpetrata dalla Dc e il vivacchiare della Icon da parte della Marvel, cioè le etichette che dovrebbero togliere spazio alla Image.

Difficile dire perché la Image, nonostante le mille vicissitudini, sia riuscita dove gli altri hanno fallito. Li seguo dall'inizio e la mia opinione è che c'è una sorta di dna originario che si è affinato nel corso degli anni in una strana eterogenesi dei fini. Quando i fondatori Jim Lee, Todd Mcfarlane, Jim Valentino, Erick Larsen, Rob Liebfield e Whilce Portacio lasciarono la Marvel pensavano a se stessi come degli imprenditori in grado di ripercorrere le orme di Stan Lee. Fallendo però hanno costruito qualcosa di meglio.  Volevano nelle loro tasche una quota maggiore dei profitti generati dalla loro creazione e si ribellarono ai contratti capestro della Marvel. E' probabilmente vera l'accusa che la loro fu una fuga dettata più dall'avidità che dalla voglia di libertà espressiva, ma erano e restano dei disegnatori di fumetti e l'idea di sfruttamento commerciale che può avere un artista (più o meno dotato) sarà sempre più rispettosa della materia prima ( i fumetti) di quella  di un qualsiasi manager.
Infatti la storia delle Big two è piena di scelte sbagliate e strategie folli proprio nel momento in cui gli affari vanno male o i lettori perdono interesse. Le grandi aziende sanno che a volte una rapida strada verso la liquidazione è il miglior modo per superare una crisi. Alla Image, naufragati i sogni di gloria, da una decina di anni si sono rimessi a fare fumetti, provando molto, sfruttando quello che vende e sapendo che bisogna contemporaneamente cercare già il fenomeno successivo. Funziona, per loro e per altri.
J. Michael Straczynski
J. Michael Straczynski
J. Michael Straczynski
J. Michael Straczynski
. Michael Straczynski
. Michael Straczynski
. Michael Straczynski

venerdì 21 marzo 2014

Anna Frank, le colpe dei giapponesi e quelle di Repubblica

Sono stato rispedito indietro di 20 anni leggendo in prima pagina del mio giornale

Anna Frank come 

Hello Kitty 

in Giappone la Shoah è un manga


di colpo siamo tornati ai "cartoni diseducativi fatti con il computer", all'eccessiva violenza, alla mancanza di morale, alla necessità di edulcorare aspetti culturali troppo lontani da nostri. Insomma, alle censure della Valeri Manera e della Slepoi. 

Ci siamo arrivati dopo una spirale di superficialità e di equivoci che non riesco a spiegare: in cima c'è un titolo che sparge un mucchietto di parole ad effetto con l'entusiasmo del venditore che sa di non aver merce di buona qualità. Sotto c'è un editoriale del new york times scritto da un critico letterario giapponese che usa i manga come pretesto per parlare d'altro. Alla fine c'è un lettore, quello italiano, che pur disinteressato alla vicenda tratterrà l'informazione che i manga sono stupidi, servono ad instupidire chi li legge e banalizzare gli argomenti che trattano. Non proprio un capolavoro d'informazione. 

Anche per rimediare a questa clamorosa caduta di cui mi sento moralmente responsabile sono andato in fondo alla faccenda. Mi sono letto il testo di Repubblica e quello originale, dove correttamente c'è anche un profilo dell'autore.
Cosa voleva dire Norihiro Kato nel suo editoriale? 

Il professore parte da una considerazione personale e da un dato di cronaca 
Deciso a non fare i conti con il proprio passato, il Giappone ha fatto proprio il personaggio di Anna Frank, trasformandolo in un simbolo “carino”. A fine febbraio a Tokyo sono state danneggiate centinaia di copie del Diario di Anna Frank.
Esistono, ricorda il professore, diverse trasposizioni in manga della vicenda di Anna Frank, che hanno avuto molto successo, e questo dimostrerebbe che

Negli ultimi decenni il Giappone ha messo in atto un meccanismo mirato ad evitare di dover fare i conti con il proprio coinvolgimento nella Seconda guerra mondiale: ha neutralizzato i punti troppo dolorosi attribuendo loro una valenza puramente estetica e innocua - rendendoli “carini”

non solo
Un famoso esempio di questo fenomeno si verificò nel 1988, quando emerse che Hirohito era considerato dalle studentesse “kawaii”, un giudizio che annullava automaticamente il ruolo ricoperto dall’imperatore durante la guerra. “Hello Kitty”, la gattina bianca che indossa un fiocco rosa sull’orecchio,è la massima personificazione della cultura giapponese del“carino”:non ha un passato ed è priva di bocca. Rappresenta l’impulso a fuggire dalla storia e la volontà di smettere di parlarne. 
E qui non solo la tesi del professore si fa molto personale, ma anche scricchiolante. La carinizzazione è un fenomeno del costume (e del marketing) giapponese. Non certo limitato alle vicende tragiche della seconda guerra mondiale. Gli esempi usati di Hirohito e Hello kitty ci portano poi lontano dal fumetto visto che parliamo di un personaggio storico e di una bambola. Vale la pena ribadire, per chiarire quanto il titolo del giornale sia sbagliato, che Hello Kitty non è un manga, ma un pupazzo creato dall'industria di giocattoli Sanrio.

 Tanto per intenderci, la "ruffianeria" della carinizzazione significa usare personaggi dalle forme piacevoli, arrotondate, rassicuranti per suscitare tenerezza e attaccamento in chi guarda
Si può rendere kawaii tutto. Qui Hello Kitty-Guile

Dire che i manga sono un veicolo di carinizzazione significa scambiare la parte per il tutto. Un po' come dire che il fumetto americano, e le sue rappresentazioni di Reagan e della Barbie, sono il veicolo del desiderio di dominio statunitense (è la prima stronzata che mi è venuta in mente ma è credibile come la tesi del professore e coerente con il suo argomentare).


Un medio conoscitore di anime/manga sa che nell'immensa produzione di fumetti nipponici ci sono autori che l'hanno usata a piene mani, anche per raccontare argomenti drammatici e melodrammatici. Altri invece che l'hanno volutamente avversata cercando di suscitare disgusto e orrore con i loro disegni. Tra i molti esempi possibili: le vicende strazianti di Remi-Senza famiglia sono ingentilite e accentuate dal character design di Sugino e Dezaki, mentre una bella riflessione esistenziale sul Giappone di oggi come Homunculus non ha proprio niente di kawaii

Ci sono più morti in Remi che in un film di Die Hard






La discutibile interpretazione del mondo iconografico giapponese di Kato poi tocca un nuovo vertice
Qualche anno fa, in un saggio dal titolo “Goodbye Godzilla, Hello Kitty”, ho affermato che Godzilla simboleggia i caduti di guerra giapponesi, tornati tra noi per sfogare la rabbia di essere stati dimenticati
Anche godzilla è diventato kawaii come Anna Frank  (vero, ma non è certo una trovata recente), ma il legame di godzilla con i caduti di guerra è un'intuizione originale tutta sua, decisamente poco diffusa


Anna Frank da noi «simbolizza la massima vittima della Seconda guerra mondiale». Lo stesso ruolo che la maggior parte dei giapponesi si attribuisce, a causa delle bombe atomiche. Il Giappone, afferma Lewkowicz, è una vittima ma «mai un carnefice» e ciò che consente ai giapponesi di sentirsi accomunati agli ebrei europei dal ruolo di vittima è la loro strabiliante e diffusissima (in particolare tra i giovani) ignoranza
Qui siamo al nocciolo della questione, è un'opinione che trovo discutibile (non sarà che Anna Frank rimane una storia forte in sé tanto da piacere ai giapponesi come decine di altre vicende, reali e di fiction, che arrivano dall'occidente? Tezuka adorava Pinocchio,  Miyazaki gli aerei italiani degli anni 30).
Ma Kato conosce la realtà giapponese meglio di me,  e gli va dato un minimo di credito, peraltro nello stesso pezzo  afferma che "questo meccanismo non funziona più" come dimostra il fatto di cronaca della distruzione dei libri. L'anima fascista del suo popolo si starebbe manifestando nella sua interezza.

L'allarme di Kato non è che i manga banalizzano la shoah, come titolato da Repubblica, ma che l'anestetico della carinizzazione non funziona più dentro la società giapponese. Come questo possa interessare il lettore italiano fino a guadagnarsi un posto in prima pagina sul quotidiano più letto rimane un mistero, e lo dimostra il fatto che il titolo deve urlare qualcosa di comprensibile ai suoi destinatari che non è il cuore dell'editoriale

Poi ci sono gli errori e gli equivoci che derivano dalla pubblicazione in italiano senza prendersi la briga di contestualizzare.
1) non si dice che quello è un editoriale apparso sul New york times e che l'autore non è un giornalista. L'assenza di questi due precisazioni dà allo scritto un'aura di obiettività che non ha e non vuole avere

2) si lascia intendere, come dimostra la gallery sul sito  che sia la trasposizione in manga della vicenda di Anna Frank il vero affronto alla persecuzione degli ebrei

3) ultimo e più veniale dei peccati: non considerare che come il Giappone noi siamo i cattivi nella seconda guerra mondiale, e che anche noi, se si dar credito al ragionamento di Kato, abbiamo usato le nostre vittime per sentirci meno carnefici.

mercoledì 22 gennaio 2014

Non capisco i bonelliani (e tre), ma hanno ragione loro

Ho ricevuto due obiezioni al mio (doppio) sproloquio sui fan Bonelli e sulla politica editoriale della casa. La prima era prevedibile:
“Non li capisci? Amen, vivi e lascia vivere. Rimani nel tuo mondo colorato e lasciali nel loro grigiore. Visto dall’altro lato sei tu quello che ha scelto il posto sbagliato”.
La seconda è più argomentata:
“Primo. Bonelli è la principale fonte di sostentamento per decine di disegnatori/sceneggiatori italiani e fornisce solide basi alla scuola italiana del fumetto. Anche quello che vive intorno o persino “in contrapposizione” al caro fumetto popolare. Secondo: è sbagliato sostenere che usa male il talento e i vantaggi derivanti dalla sua posizione di leadership, guadagnata — peraltro — grazie al lavoro e al favore del pubblico il modo più onesto e meritocratico che riesca ad immaginare.
Le critiche sui personaggi stereotipati e sulla standardizzazione degli stili dei disegnatori è in gran parte roba del passato. La Bonelli sta cercando nuove vie (Orfani — la collana le Storie) e sfruttando sempre meglio quello che c’è già (Dylan dog). Non necessariamente mantenere i fan più attempati significa non avvicinarsi ai ragazzi delle fumetterie e quelli appassionati di altri generi (anche questi steccati, ben visibili per quelli della tua generazione, sono sempre meno netti)”

Tutto vero, anche se in realtà i due amici sono caduti nella mia piccola trappola. Il movente iniziale del post era esattamente contrario. Tutto nasce dalla constatazione che Julia, ormai al traguardo delle 200 uscite, è diventata da un paio di mesi la collana singola più longeva nella mia libreria. Iniziata per curiosità, non gli darei complessivamente più di una sufficienza. Ci sono state storie irritanti (poche), una ventina ispirate e una massa di episodi memorabili come un bicchiere d’acqua fresca. Eppure, pur non avendo mai sofferto di crisi d’ansia in attesa dell’uscita del numero successivo, ogni mese per più di 15 anni ho versato puntualmente il mio obolo nelle casse della Sergio Bonelli editore.

Di qui il dubbio: il segreto del successo tramandato di padre in figlio, non sarà questa adattabilità ad ogni palato? Rifuggire ogni sapore forte, fare cambiamenti minimi e solo quelli facilmente assimilabili. Modifiche nel gusto e nello stile stemperati e sterilizzati fino a diventare insipidi. I fumetti Bonelli sanno come essere marginali nella vita di tutti noi. È il prezzo che pagano per raggiungere il maggior numero di persone e rimanere attaccati ai loro lettori in tutte le fasi della vita. Ogni mese un brodino caldo, piuttosto che una pietanza da buongustai, sapendo che  fanno più soldi i venditori di dadi nei supermercati che i grandi ristoranti stellati. Io come gli altri ho ceduto a questa sottile strategia di sopravvivenza

Quindi il mio consiglio a chi sta lavorando a preservare e aggiornare l’eredità bonelliana - un consiglio da ignorante rassegnato - e di non esagerare con le rivoluzioni. Essere troppo al passo con i tempi è il miglior modo per passare di moda in fretta.

lunedì 13 gennaio 2014

Non capisco i bonelliani - parte II

Ho avuto l'onore di pranzare con Sergio Bonelli nel 2003. Dieci anni fa mi godevo il mio primo e unico Angouleme con un vero esperto di fumetti: Roberto Davide Papini (qui il suo blog se volete). Bonelli naturalmente conosceva lui, ma devo dire che non fece grosse distinzioni tra il manipolo di appassionati italiani che lo avvicinò dentro e fuori il ristorante.

A quell'epoca avevo letto un paio di dozzine di storie bonelliane al massimo, due-tre forse quelle scritte da lui e la mia opinione sull'editore Bonelli non era cambiata di una virgola rispetto a dieci anni prima. Se la vita fosse un film ora vi dovrei dire che quella fu una "Damasco fumettistica", e che dopo di allora ho capito, recuperato e fatto ammenda per la mia superficialità. Ma la vita (la mia almeno) non è una pellicola, né un romanzo. Bonelli mi conquistò, ovviamente, ma solo come uomo: aveva carisma, era divertente, si rivelò una fucina di aneddoti non necessariamente collegati alla gloriosa storia della sua casa editrice. Furono ore piacevoli, ma ripensarci negli anni successivi ha sempre prodotto la stessa amara considerazione

"Se il ricco mondo di Sergio Bonelli, appena intravisto quel giorno, trasparisse di più nella produzione della Bonelli forse sarei un fan anch'io". Non era e non è così per una precisa scelta: il viaggiatore e storyteller Bonelli era anche dotato di un sano pragmatismo imprenditoriale milanese. Quel buonsenso che non lascia una gallina dalle uova d'oro come Tex finché continua a produrre denaro, o che preferisce costruire a tavolino i propri personaggi (a cominciare da Dylan dog) piuttosto che affidarsi al rischioso estro di uno dei propri artisti. Fu come scoprire che il signor Findus era un gran cuoco e gourmet raffinato, ma questo non bastava a rendere più saporiti i soliti "4 salti in padella " venduti dal supermercato

Tutto ciò che non sopporto del "canone del fumetto popolare italiano" è ancora lì dopo due generazioni abbondanti di Bonelli e migliaia di albi prodotti. Storie nate per intrattenere ragazzi adolescenti in un Italia con un solo canale televisivo (massimo due) con pochi soldi per andare al cinema e senza una produzione letteraria specificatamente pensata per loro. La povertà di mezzi e fonti d'ispirazione è diventata cifra stilistica: personaggi standard (protagonista, spalla del protagonista, macchietta comica, bella ragazza meglio se non fissa) 
Giogo grafico (è la cosa che più mi irrita) per cui i disegnatori devono violentarsi e sembrare tutti uguali, studi di personaggi che partono dagli attori famosi. Ambientazioni sempre mutuate da qualcosa o da qualcuno. Certe regole si saranno pure molto ammorbidite nel corso del tempo, ma per me è ancora un insulto all'arte, perché figlio di una sfiducia sia verso "il mezzo" fumetto sia verso i suoi lettori 

I clichè tanto cari a Tex e compagnia non si vedono più nei veri film dagli anni 60, le serie Tv, i comics americani hanno vissuto tre o quattro rivoluzioni stilistiche negli ultimi trent'anni. Per tacere delle evoluzioni tecnologiche, dell'evoluzione dei modi e dei tempi di godimento dell'entertainement negli ultimi 50 anni. Bonelli è ancora lì aggrappato all'effetto nostalgia, il cyberpunk su Nathan Never sembra ancora una trovata alla Flash gordon e Facebook in un numero di Julia ha il sapore della trovata esotica.

Insomma proprio perché so per certo che Sergio Bonelli era una persona eccezionale, e so per esperienza personale che li dentro ci lavorano decine di disegnatori e sceneggiatori bravissimi e innamorati del mezzo. Non capisco come la più grande azienda fumettisca italiana continui ad essere un altrettanto enorme spreco di potenzialità

venerdì 10 gennaio 2014

Non capisco i bonelliani-- Parte 1

Non capisco i Bonelliani. Ho sempre pensato che i fan delle testate Bonelli fossero una tribù a parte, non conciliabile con il resto del fandom fumettistico italiano.
Una convinzione che ha radici antiche, risale ai primi anni 90,quando le fiere del fumetto erano poche (Lucca ed Expocartoon di Roma) e molto meno frequentate di adesso.
Noi eravamo i barbari, la linfa nuova portati dai manga e dai comics ultracolorati stile Image. Loro erano i “vecchi”, li vedevi porsi ordinati in lunghe file indiane davanti allo stand Bonelli per uno schizzo o una stretta di mano con i disegnatori di turno.
Tanto erano silenziosi, tanto noi rumorosi con le nostre sigle e parodie. I loro eroi vivevano in un bianco e nero statico fatto di personaggi in posa e primi piani, nel nostro mondo tutto era coloratissimo e "animato" di luci fiammeggianti e filtri photoshop (nel peggiore dei casi retinati fino all’inverosimile).

Il bonelliano discettava di tavole, interpretazioni grafiche e riferimenti a oscuri film degli anni 50. Il top delle nostre discussioni era se Ranma avrebbe potuto battere Goku o se (per gli americanofili) Sara Pezzini era più o meno t*****bile di Caitlin Fairchild. Altro spartiacque era il movente per cui ci trovavamo tutti in fiera. La fila e il disegno occupavano tre quarti del loro tempo, qualche chiacchiera, forse uno sguardo agli stand degli antiquari e tutto finiva li.
I giovani neanche li guardavano i fumetti (si trovavano comodamente in fumetteria la settimana dopo, dove i bonelliani non avevano bisogno di entrare). L’occasione unica erano poster, magliette, cd e tutto quanto si poteva importare da Giappone e Stati Uniti.

Vivevamo la passione in modo diverso, i mangofili a malapena sapevano chi fossero Dylan Dog o Nathan Never, altri come Tex, Mister No o Nick raider erano lasciati senza rimpianti a padri, fratelli maggiori e cugini grandi. Ciò che mi dava la sicurezza che non ci saremmo mai mischiati era il modo in cui loro si approcciavamo a fumetti e agli autori. I Bonelliani erano lì a portata: Stano, Casertano, Serra, Roi (tutti nomi che ci dicevano poco), ma non erano oggetto dell’idolatria fanatica di cui eravamo capaci noi per l’unico autore l’anno che cadeva dalle parti di Lucca. Gli altri, mostri sacri come Rumiko Takahashi, Toriyama, Adachi, Otomo, Shirow, Nagai erano a malapena conosciuti via foto, ma trattati come fossero nostri vicini di casa

Eppure per il mondo esterno, i bonelliani erano "gli appassionati di fumetti": quegli albi li trovavi, saltuariamente, anche nelle librerie "dei grandi" e chi li comprava non doveva rassicurare madri e zie sul fatto che non ci fossero perversioni pornografiche o immagini violente e traumatizzanti.

Ma non ci importava. Noi avevamo il fuoco della passione, loro l'aplomb degli "spettatori". E non avevano niente che potessimo invidiare.

domenica 8 dicembre 2013

Crescere con habibi

Habibi è un romanzo potente, ambizioso, complesso. Il suo autore, Craig Thompson, aspira - con ottime probabilità di riuscirci - ad entrare nella ristretta cerchia di Spiegelman, Ware, Mazzucchelli, il nostro Gipi. Cioè autori per i quali nessuno si spaventa a utilizzare termini come letteratura, poetica o messaggio. Le loro opere vanno messe in biblioteca (e vendute in libreria) insieme ai colleghi scrittori non-disegnatori.

Un ulteriore traguardo raggiunto da Thompson in questo suo terzo "romanzo disegnato" è essersi completamente affrancato da ogni autobiografismo, unico criterio utile distinguere le opere veramente valide in un genere, quello della graphic novel adulta, ormai fin troppo affollato di "diari", amarcord e soliloqui.

Cinque anni di lavoro, e soprattutto di documentazione, gli  hanno permesso di costruirsi una sua visione del mondo arabo moderno. Con nessuna pretesa di scientificità o completezza, l'artista sceglie ciò che lo colpisce

Il plauso intellettuale si scontra però con il gusto. Habibi non mi è piaciuto nel senso più semplice dell'espressione. Non è stata un'esperienza spensierata, zero immedesimazione con i personaggi, un gravoso senso di angoscia si è sistemato alla bocca dello stomaco per la settimana che è durata la lettura. I temi cari all'autore dai tempi di Blanketts ci sono tutti. Il peccato, la tentazioneil desiderio fisico vissuto come l'anticamera della caduta degli uomini verso il male. Nell'ottimo lavoro di scavo su una cultura diversa sono emersi i punti comuni alla sua formazione  cristiano-fondamentalista (rinnegata, ma decisamente presente): la religione è un'esperienza punitiva e totalitaria in grado di togliere ogni gioia di vivere.

Non mi piace neanche che, come in Blanketts, l'emancipazione dalla ragnatela di coercizione e superstizione dei personaggi non porti alla conquista della felicità, ma solo ad un maggior senso di solitudine e spaesamento. Con un'aggiunta tutta nuova: i rimandi all'inquinamento e alla violenza verso la natura come metafora fin troppo scoperta dell'incapacità degli uomini di fare il proprio bene e godere dei doni di Dio

Se non fosse stato un fumetto, ma un semplice romanzo, non l'avrei degnato di uno sguardo. Invece l'importanza di questa opera per l'affermazione anche fuori da giro degli appassionati mi ha costretto a entrarci dentro,  a confrontarmi con una visione tanto diversa dalla mia.

Ma forse diventare adulti, anche per fumettisti e fumettari, significa comprendere che non si può vivere solo degli zuccherini che titillano il nostro animo di fan, o ci esaltano (o che grattano certi pruriti). Ma significa scoprire anche ingiustizie, responsabilità, doveri. I bambini amano carezze e lodi, forse possono accettare una sfida se posta con arguzia. Ma scappano dalla frustrazione, non accetteranno mai che la realtà è spesso indifferente ai loro desideri, loro preferiscono "fare finta che"

C'è tra gli appassionati tanta voglia di godersi invece il proprio isolamento, rintanarsi nei ghetti di citazioni, convention e riletture dei propri idoli. Era vero in passato dove gli spazi erano angusti, Figuriamoci ora che ci sono centinaia di ore di film e telefilm, milioni di pagine di fumetti e libri e centinaia di sceneggiatori al lavoro  24 ore su 24 per noi.  Si può passare una vita intera dall'adolescenza alla vecchiaia senza interessarsi d'altro.

Là fuori c'è un mondo più complesso, da vedere e trasportare su tavole e vignette, senza rinnegare sensibilità e valori che su altretavole e vignette si sono formate. Più il fumetto diventa main stream e meno questa consapevolezza diventa urgente. Sarà anche l'ombelico più bello del mondo, ma rimane un ombelico.

venerdì 22 novembre 2013

Omaggio a Jfk. Vertigo style

Un'aurea di ossa e cervello sulla testa inclinata di Jack

c'è un buco dietro la testa del presidente, dal quale cuore e anima degli americani sanguinano da quasi 30 anni

e ancora sanguinano

ancora colano dal coagulo di viscida speranza e innocenza,
fu il grande martire americano, testimone della nuova era

era Kennedy, il primo primo presidente nato in questo secolo, John Fitzgerald Kennedy

Doveva morire assassinato,
doveva morire per diventare un simbolo

da vivo era troppo umano per essere un simbolo, o quantomeno per rimanere tale

"il disastro della baia dei porci, il Vietnam, scoparsi la donna del boss della mafia alla Casa bianca
mettere le mani sotto la gonna di Marilyn Monroe. Come hai potuto?"

"Stai dicendo che tu non lo faresti se ne avessi la possibilità? Con Marilyn?
A ogni modo non puoi essere presidente degli Stati Uniti ed essere innocente è un ossimoro"

ma non è questo il punto, Jack proprio per niente, i simboli di pace libertà cambiamento non fanno questo genere di cose. I simboli dovrebbero rappresentare qualcosa, quindi prima di cadere dovrebbero risaltare, lasciare uno spazio vuoto…

…che noi si possa riempire con i nostri sogni caotici e disordinati

i tuoi denti saranno sempre bianchi e perfetti, la tua giovane moglie sarà sempre impeccabile e bellissima (non vogliamo pensare a lei e a quel viscido greco, quella è un'altra donna).

Il tuo sguardo ammiccherà sempre sul quel bel viso, Jack

ammicherà indicando un posto dove solo tu puoi condurci

Peter Milligan 
(tradotto da Valeria Mirante)
 tratto da Shade the changing man: l'urlo americano



Tra le molte strade segnate da Alan Moore in Watchmen c'è quella di far esplodere le contraddizioni tra il sogno americano e la storia reale della sua affermazione. La british invasion degli anni 90 sotto l'etichetta Vertigo ha accolto entusiasticamente questa missione dissacrando tutto: Dio, la famiglia, la ricchezza, l'etica del lavoro e la libertà di pensiero. Kennedy è stato uno dei primi a pagare, Milligan con Shade nel 1990 ha scritto un paio di tavole che riportate così, anche senza i disegni di Bachalo, sembrano una magnifica poesia beat. Godetevela e, se non la conoscete, recuperate uno dei capisaldi più sottovalutati di quel meraviglioso periodo. Lion l'ha appena ripubblicata con la traduzione che vi riportato