giovedì 23 agosto 2012

Sergio Toppi

Qualche mese fa Giancarlo Berardi nella posta di Julia definiva "orribile" il 2011 per la scomparsa di mostri sacri del fumetto e suoi amici come Sergio Bonelli e Enio.
Direi che il 2012 non si sta rivelando da meno: Sergio Toppi ci ha lasciato un altro immenso vuoto dopo quello di Moebius di qualche mese fa. 
Tra l'altro, visto che i sogni di entrambi sembravano pescare da mondi molti vicini tra loro, mi piace immaginarli sorvolare distese meravigliose, come quelle che per anni ci hanno regalato sulle loro tavole.
Li vedo fermarsi a osservare creature misteriose e affascinanti. Non servivano saghe, personaggi e persino la schiavitù delle storie era qualcosa di marginale quando c'era da guardare un disegno di Toppi. Non solo ti lasciavano a bocca aperta, ma anche un'inquieta consapevolezza: quelle erano cartoline di una dimensione molto più complessa, dotata di una malìa che avrebbe potuto risucchiarti.

 La morte potrebbe essere solo il passo definitivo per attraversare quello specchio che l'arte (specialmente quella a fumetti) riesce a farci sbirciare dalla nostra realtà limitata. Non più solo interpreti/traduttori, ma parte integrante del mistero.


Buon viaggio Sergio e grazie

sabato 28 luglio 2012

Holmes uno di noi?

Non è colpa di Batman, ma è anche un nostro problema.
Cercavo nei giorni scorsi un fumetto che raccontasse perché James Holmes ha davvero a che fare con tutti noi comic-geek, e con il ruolo che l’onnipresente cultura-pop ha ormai nella società. Il pericolo di una crociata sembra scongiurato, il riflesso automatico di cercare il capro espiatorio nella violenza di cinema/tv/ fumetti/videogiochi è stato minimo. Gli Stati Uniti sembrano aver fatto finalmente dei passi avanti dai tempi del dottor Wertham e il resto del mondo si adeguato, a parte qualche doloroso scivolone (Angelo quoque tu)



Holmes ha scelto il film di Batman per far esplodere il peggio della sua pazzia, si è definito il Joker, ma come altri psicopatici prima di lui avrebbe potuto scegliere un libro, l’avvento del multiculturalismo, la congiura del grande capitale. L’uso di motivazioni particolarmente insensate ha almeno il vantaggio di risparmiarci il teatrino inevitabile delle strumentalizzazioni. Quando i pazzi psicopatici si nascondono dietro rivendicazioni religiose o etniche c'è sempre qualcuno che considera i loro pensieri degni di approfondimento. Dopo vicende come quella di Denver si discute giustamente su come rendere innocui questi squilibrati, in Europa c’è ancora di tenta di dare dignità politica e sociale alle farneticazioni di Brevnik

Detto che i fumetti non c’entrano e nemmeno la retorica dei supereroi, una leggera inquietudine rimane. Trent’anni fa Mark David Chapman lesse sul giovane Holden l’ordine di uccidere John Lennon ( o qualcosa del genere). Oggi è l’immaginario fantastico che nasce dai fumetti e dalla letteratura di genere la principale fonte d’intrattenimento e evasione per la popolazione mondiale, e quindi anche del materiale per le fantasie malate. Questa realtà dà ad autori, disegnatori e appassionati qualche responsabilità? Per me la risposta e sì.
La riflessione me l’ha suggerita Kick Ass 2 di Mark Millar e John Romita Jr.
Non voglio prevaricare le intenzioni dell’autore leggendoci troppo, ma io ho visto una critica fortissima ad un mondo, quello degli appassionati di fumetti, che si guarda troppo l'ombelico. Per chi ha letto la prima miniserie, o anche solo visto il film, la storia è paradigmatica: Dave Lizewski, classico adolescente sfigato, decide di risolvere i suoi problemi mettendosi un costume e combattendo l’ingiustizia. Dopo molto dolore e qualche colpo di fortuna diventa davvero un eroe. Insomma geek pride al suo massimo appena nascosto da massicce dosi di autoironia e da scene d’azione grottesche.

Al secondo giro Millar alza la posta. La domanda è sempre la stessa: “Cosa succederebbe se nel mondo reale qualcuno decidesse di mettersi una calzamaglia e fronteggiare il crimine?” Il buonsenso dice che finirebbero per farsi ammazzare o far ammazzare qualche innocente. Ed è esattamente quello che succede nel fumetto. Niente più esaltazione bonaria dell’incoscienza dei Dave Lizewski, nessun rispetto per una delle leggi inviolabili nel mondo della fiction (specie nel cinema americano): chi crede nei propri sogni riesce in tutto.
Non solo Romita ci mostra come la mancanza di senso della realtà di un gruppo di vigilantes improvvisati (di tutte le età) li porta a esperienze spiacevoli e perfino alla morte, ma Millar sottolinea, al momento dello scontro finale, i grandi ideali della giustizia e dell’altruismo sono solo pretesti rispetto alle vere motivazioni che portano i protagonisti a mascherarsi.....



E all'improvviso era finita. All'improvviso era tutto troppo reale e io non ero il Punitore o Batman o qualche tizio in un film d'azione. Ero io in un bagno di sudore che guardavo un ragazzino che avevo appena spinto giù da un palazzo
Le riflessioni di Dave, il fatto che una rissa da cortile tra due adolescenti si trasforma in una carneficina al centro di New York è la metafora perfetta di come certi temi sulla marginalità dei geek diventati facili chiavi di accesso per il cuore degli appassionati ora godano di una visibilità del tutto esagerata rispetto al loro peso specifico nelle miserie del mondo.
La rivincita dei Nerd è ormai totale è completa, basta vedere la copertura mediatica (e non solo di settore) dell’ultima Comic con di San Diego. Le franchise del fantastico sono le uniche in grado di creare miliardi di dollari di “revenues” praticamente dal nulla. Ci daranno tutta l’evasione che chiediamo (e anche di più). Sta a noi non esagerare: “i paramondi”  che tanto amiamo possono insegnarci molto su noi stessi, sugli altri e su tutto quello che ci circonda, ma non saranno mai un succedaneo della realtà.
Considerazione ovvia? Lo pensavo, ma dopo anni in cui essere un geek è diventato “uno stile di vita” tanto che gli Sheldon e gli Abed sono personaggi idolatrati, vorrei che ci fossero più opere e autori a ribadirlo. A forza di passare ore ad evadere nei nostri imaginatorium forse non diventeremo tutti degli Holmes, ma quello che succede là fuori potrebbe interessarci sempre meno.

Visto che sono stato un po peso, vi regalo una facezia "in tema". Succede anche da noi:
Grida "sono Batman" e si butta dal secondo piano di una palazzina di Lampedusa, uscendo preossocchè indenne, come il vero supereroe, da un volo di almeno 6 metri. A differenza di Batman, però, dovrà subire un trattamento sanitario obbligatorio nell'ospedale di Agrigento.
Protagonista un uomo di 32 anni originario della provincia di Brescia, nell'isola come volontario del centro di recupero delle tartarughe marine del Wwf

mercoledì 27 giugno 2012

Harry Potter e la maledizione Vertigo

Antefatto

Alla fine degli anni '80 un gruppo di autori britannici sconvolse completamente il mondo dei comics. Epicentro di questo terremoto la revisione di Swamp Thing realizzata da Alan Moore. Da quelle pagine nacque un altro personaggio, John Constantine, destinato a diventare a sua volta il perno e il volto più conosciuto del nascente "universo Vertigo", che nei vent'anni successivi diventerà marchio di fabbrica del miglior "fumetto adulto" occidentale. Le vicende del mago inglese innamorato della birra e delle Silk cut sono state  raccontate da tutti i più grandi: Warren Ellis, Garth Ennis, Jamie Delano, per limitarsi agli autori del Regno Unito che poi hanno dato il meglio altrove, ma che hanno costruito il loro stile  tagliente grazie alla cattiveria "obbligatoria" sulle pagine di Hellbalzer

Da Hellblazer 63: Ennis-Dillon fanno materializzaere Swampy da un broccolo



Due maghi di troppo
Ma costruire il pantheon dell'universo vertigo è stato Neil Gaiman. Morfeo/sandman e' il vero centro di gravità intorno al quale la Dc ha costruito l'identita della sua casa editrice di "qualità".  I disfunzionali eterni fratelli di Sandman sono gli dei di quel mondo. La miniserie di Death è stato il primo albo nato con il marchio Vertigo. La reinterpretazione di Lucifero di Gaiman e' diventata una serie a  nelle mani Mike Carey. Mentre l'editor Karen Berger lavorava per dare una certa coerenza alle varie testate, gli sceneggiatori si sfidavano cercando di imporre la propria visione su tutto: personaggi, funzionamento dei superpoteri e della magia, le minacce della società, l'importanza di dio e della fede. Una bella tensione creativa che porto' alla nascita di Timothy Hunter, un introverso dodicenne inglese destinato ad essere il piu' potente mago d mondo. La somiglianza fisica (occhiali e cicatrici) la storia familiare (genitori assenti e padre biologico scoperti in seguito) hanno sollevato più di un dubbio sull'orginalita della creazione della Rawlings. Tra l'altro, la miniserie originale di Books of magic è uno dei rari casi in cui Gaiman utilizza John Constantine. Un incontro inconsueto e una pietra miliare del fumetto americano

 Fair play
 Gaiman ha spiegato ufficialmente ormai diversi anni fa di non sentirsi plagiato dal lavoro della Rowlings anche se i fan la pensano diversamente. Il primo libro della Pottersaga è datato 1997, quello di Hunter 1990 e nel 1997 la serie già volgeva verso una conclusione non all'altezza delle premesse. Gaiman sottolinea come la somiglianza fisica dei due protagonisti, e persino il comune destino sono solo elementi superficiali, idee di partenza (e neanche troppo originali visto che secondo lui entrambi hanno copiato dal ciclo arturiano di TH White). Agli occhi di un autore come Gaiman conta molto di più il fatto che le due idee siano state  sviluppate in un modo opposto. La magia di Hunter è dolore e sacrificio, patti con il diavolo e conoscenza della parte nera della propria anima. In Potter è qualcosa di più simile all'energia elettrica, facilita la vita dei maghi, un potere sfruttato in maniera così  poco "fantastica" da aver ricreato un mondo del tutto identico ai babbani con tanto di ministero, classi sociali, sport di massa. In Books of magic ci sono universi paralleli, versioni alterate dei protagonisti, le percezioni che diventano leggi fisiche.


Retrospettive
Però, qualcosa che è rimasto in sospeso, Mike Carey è tornato sul luogo del delitto con Unwritten, in cui protagonista è apertamente un clone di Harry potter, Tommy Tailor, oggetto di culto da parte di milioni di fan che, come nella realtà, si crogiolano nell'illusione e nel desiderio che il mondo di fantasia possa essere reale. Ne fa le spese Tom Tailor persona reale e figlio dello scomparso autore della saga sul maghetto che invece è lo sfondo di Unwritten. Carey ha ben altro in mente che non "regolare i conti" con la Rawlings attraverso una parodia. La Pottermania è una metafora accessibile e facilmente comprensibile per il vero obiettivo del fumetto. Unwritten (il cui numero 5, con protagonista Rudyard Kipling, è una delle migliori storie singole del decennio) vuole rispondere ad una domanda colossale: A cosa servono le storie inventate? Perchè gli esseri umani hanno così bisogno di crearle, ascoltarle e soprattutto crederci?
Non ci crederete, ma Potter è in questa copertina

La vendetta del mago 
 Gaiman e Carey hanno dimostrato che loro giocano in una categoria diversa. L'autrice scozzese ha creato un bella storia di avventura in cui il fantastico è solo uno strumento del mestiere, un abbellimento per tenere alta l'attenzione. Quello che a lei non interessa è invece l'ossessione creativa degli uomini vertigo: un fantastico originale, ambizioso, coerente che dica qualcosa sulle quella qualità tutta umana che è la necessità di "creare" o "subcreare" questa ed altre realtà. Troppo intelletualoide? A chiudere il cerchio con poca grazia e tanta forza ci ha pensato chi mago lo è davvero, Alan Moore. Maledetta la Vertigo e tutta la DC per aver rubato i suoi personaggi, continua a rubare quelli degli altri (di solito migliorandoli) nel suo League of Extraordinary Gentlemen. L'ultimo ambientato nel 2009 si occupa anche di Harold Potter, di Hogwarts e di tutto il resto (con sommo sprezzo del pericolo chiamato Copyright). Troppo facile ribaltare l'eroe beniamino di tutti in un cattivissimo anticristo, ma per Moore è la giusta pena per il crimine più grande del nostro maghetto: essere banale.

lunedì 11 giugno 2012

Una nuova golden age

Il sito comichron,  bibbia delle statistica di vendita dei fumetti americani, ha sancito che maggio è stato il miglior mese del "secolo" con vendite vicine ai 45 milioni di dollari. Per arrivare a record simili bisogna tornare al 1993 (tutto al lordo dell'inflazione). E' sotto tutti i punti di vista un risultato straordinario, considerando che nello stesso periodo le fumetterie in America si sono ridotte di quasi il 70%.

I comics tornano mainstream, grazie ai successi delle trasposizioni televisive e cinematografiche delle idee più popolari. Le classifiche di maggio parlano chiaro con gli Avengers e The walking dead a dominare i comic book e i paperback. C'è speranza che con l'uscita del terzo Batman di Nolan in estate e l'apporto dei reboot Dc il 2012 diventi il miglior anno per l'industria dagli anni 80

Il fatto che si vendano più fumetti (e a prezzi più a alti) non sempre è visto dagli appassionati come un fatto positivo: qualità media più bassa, aumento dei "progetti fotocopia" o guidati dal merchandising, l'arrivo della speculazione attraverso le variant cover e le tirature limitate. Ho sempre trovato queste affermazioni veramente idiote, sbagliate dal punto di vista economico e soprattutto incoerenti se pronunciate da chi afferma di amare questa forma d'arte.

Il boom precedente, quello del 92-93, fu alimentato dalla nascita della Image e dall'evento della "Morte di Superman". Sento tuttora critiche alla Image, colpevole di aver alimentato la parte più "superficiale" della produzione supereroistica. Dopo vent'anni è ancora lì a finanziare i miglior progetti indipendenti su piazza (Walking dead, ma anche Saga e Manhattan project)

La verità è che più soldi girano nell'industria e più gente ha speranza di lavorare nel settore e, meglio ancora, realizzare i propri progetti. Da questo punto di vista questa è davvero l'età dell'oro: tante case editrici e non il duopolio di Marvel-Dc che spesso ha imbrigliato i grandi talenti del passato. Figure di Autori-imprenditori che dotatissimi sul fronte creativo hanno anche il fiuto e il coraggio di lanciarsi in  iniziative nuove e muovere idee e capitali (Jim Lee, Mark Millar, Todd Mcfarlane).

Un disegnatore mediamente affermato al giorno d'oggi può lavorare contemporaneamente per una grande casa, far uscire un personaggio di sua proprietà per Boom o Dynamite e cercarsi nuovi progetti verso i concorrenti. Un esordiente può farsi le ossa sulle tante testate da 5-10000 copie al mese o lanciare una raccolta fondi su Kickstarter per un progetto tanto innovativo da spaventare tutti gli altri editori.

Dall'altra parte, e questa è una vera novità, c'è un pubblico potenzialmente più grande se i geeks che si recano ogni settimana in fumetteria sono sempre gli stessi ( e sempre più vecchi), il grande pubblico dai 15ai 50 anni ha perso gran parte dei pregiudizi sul fatto che i comics possano avere qualcosa di veramente interessante, originale e divertente da mostrare, basta trovarsi il proprio pubblico.
Pare proprio che stiamo vincendo la guerra.

giovedì 24 maggio 2012

Diversi per forza

North Star si sposa con il suo compagno nel numero 51 di Astonishing X-men. Matrimonio gay nel mondo Marvel e diluvio di titoli sui media tradizionali. La DC risponde annunciando che entro giugno uno dei personaggi "principali" farà outing (il principale sospetto è Aquaman, io dico Plastic man).
La risposta degli appassionati è stata unanimente negativa: solo marketing. Strategia scoperta: subito arriva parecchia pubblicità gratuita, si fa scorta di "buona stampa" e nel migliore dei casi si allarga il mercato verso target sconosciuti.


E' un po' più complicato di così, il mondo dei supereroi ha la coscienza sporca: nato negli anni 40 si è trascinato un sistema di valori e pregiudizi alla lunga diventato anacronistico e retrivo. La foglia di fico del comics code o anche l'imperativo di non traumatizzare i ragazzi è superato da almeno 15 anni. Certe consuetudini sono state duramente svillaneggiate anche dall'interno come nel meraviglioso The Boys di Ennis e Robertson. La mancanza di coraggio di molti autori è evidente, anche le operazioni nostalgia/rivisitazione (tipo Astrocity) si fermano a riproporre quel mondo rassicurante e ingenuo come se la "monocromia" sessuale e razziale fosse un elemento di forza e non di debolezza della Golden Age. Fossanche una riparazione tardiva e calcolata, ben venga.



I tentativi di far irrompere la realtà tra gli uomini in calzamaglia (la droga, il porno, l'immigrazione) sono stati goffi, estemporanei e in generale poco efficaci, specie quando hanno coinvolto icone come Batman, Superman o l'Uomo ragno.
Spesso ha vinto l'ipocrisia del politically correct. Se ne prendeva gioco Kevin Smith nel film Chasing Amy con il personaggio Hooper X, autore nero e alternativo che predicava l'oppressione bianca tra i supereroi, ma per non perdere tutti i suoi piccoli fan afroamericani, doveva nascondere di essere esponente di un'altra minoranza poco rappresentata sulle pagine dei comics, quella degli omossessuali. 
Il ritornello è consolidato, le accuse "all'industria" di non dare abbastanza spazio a  donne, Lgbt, minoranze etniche, religioni non occidentali, idee alternative a quelle dei superoi sono al tempo stesso vere e inutili.
Vere perché si limitano a ribadire dati di fatto, inutili perché, per qualche miracolo, le varie generazioni di sceneggiatori e disegnatori sono riusciti a far evolvere anche il genere supereroistico verso il ventunesimo secolo. Storie belle e originali non mancano e i loro protagonisti non sono tutti bianchi occidentali, dalla sessualità sottotraccia (ma sicuramente normale) e difendono a tutti costi la volontà del governo e il benessere delle famiglie tradizionali. Warren Ellis e Mark Millar ci hanno regalato Apollo e Midnighter, Rucka e Jason Williams hanno dato a Kate Kane, alias Batwoman, un'omosessualità netta, consapevole e adulta, molto più normale e "trasparente" delle tante ambiguità di Batman e Robin che tanto piacciono a Grant Morrison. E questo per rimanere all'interno della questione dei personaggi omosessuali tra i supereroi.



Tra i comics in generale posso non citare il mio fumetto preferito in assoluto e oggetto di vero e proprio culto: Strangers in Paradise, una storia d'amore "perfetta", dove il fatto che le protagoniste siano due donne è al tempo stesso importante e marginale.
Insomma per ognuna delle tante "minoranze" bistrattate nel mondo delle graphic novel, posso elencare eccezioni importanti e di qualità. Sei mesi fa si parlava di più dei personaggi femminili stereotipati e della mercificazione dei loro corpi. Tornerà anche questa polemica. Alla fine a tutti  risponde bene Greg Rucka

Writers don't write Men or Women or Dogs or Salmon. Writers write characters, and at our best, if we do it well and with care and with thought, we invest in those characters a spark of life, a realism and nuance that makes them believable and relatable.

Ancor più clamorosamente, i lettori sono andati oltre i non detti e le incertezze ed è nata una comunità di appassionati che fa dell'amore per i fumetti uno strumento per arricchire la propria identità  (anche sessuale). Non esiste nessuna barriera di genere, orientamento, età, religione per amare quest'arte o per diventare protagonisti di una storia disegnata. è la lezione più consolatoria di tutta la vicenda, la forza del mezzo è superiore a tutte le contorsioni politiche, le ipocrisie sociali e i calcoli economici. Meno consolante, invece come fa notare comics alliance, la sfiducia della Marvel nei confronti del matrimoni di ogni tipo.
In questa variant di Phil Noto per il 51 di Astonishing  X-men sono riportate famose coppie del momìndo Marvel, e nessuna di queste è rimasta sposata a lungo.


martedì 22 maggio 2012

L'età giusta per i manga. Fratelli nello spazio

L'idea era di scrivere un post per segnalare il bel manga Uchu Kyodai, tradotto in Italia da Star comics con il titolo "Fratelli nello spazio" (qui un'anteprima sfogliabile). Ma ho subito capito che era il caso di alzare il tiro, perché l'autore  Chuya Koyama mi ha regalato un'epifania tutta personale. Leggo manga da oltre vent'anni, sono uno di quelli che, macinando pagine con ritmi da vero otaku, ha permesso l'affermarsi della  "cultura dei cartoni giapponesi" in questo paese. Ho visto nascere tutte le realtà del settore: Granata press, Star comics (specie durante il regno dei Kappa boys), Dynamic e poi quelli della Planet manga. Mi ricordo alle fiere una minoranza agguerrita e rumorosa capace di togliere parecchia polvere a eventi che erano per lo più incontro per antiquari, giocatori di ruolo e collezionisti attempati.


Guardo alle migliaia di cosplayer di oggi con la bonarietà di un fratello maggiore, ammiro il loro entusiasmo, ma ormai da anni mi rendo conto di essere fuori target rispetto alle decine di titoli che escono, confondo le case editrici che si sono aggiunte (Jpop, Goen....).  Cosa ancor più grave, ci sono serie che ormai leggo per pura inerzia (Guyver, One piece, Oh mia dea). La domanda scomoda che molti lettori ultratrentenni come me si saranno posti è se ha ancora senso continuare. "Quanti demoni da esorcizzare, quante storie di redenzione scolastica o di affermazione sportiva; quanti goffi e contorti percorsi verso il vero amore (è sempre lì, in bella vista), quanti liceali in divisa chiamati a salvare questo o altri mondi posso ancora sopportare?"

Ovvio che i manga non siano solo questo. Ci sono storie adulte come Homunculus o Monster,  ci sono autori senza età e senza confini (Tezuka e Taniguchi tanto per citare i pesi massimi). Questi gioielli non usciranno mai dalla mia sostanziosa dieta fumettisca. ma perdere il piacere delle storie più mainstream mi terrorizza (chiamiamola pure "paura d'invecchiare":-)).
Uchu Kyodai è sicuramente una storia sopra le media per complessità, adatto a gusti ormai "seinen", ma mi ha definitivamente ricordato che oltre una capacità d'intrattenimento e storytelling senza pari, la sensibilità degli autori giapponesi è in grado è imbattibile nel raccontare la passione nelle sue forme più varie.

Nell'ovvia approssimazione necessaria per definire un contributo unico di un genere. Ho la presunzione di dire che gli americani hanno ridefinito l'epica dell'eroe, smontandola e rimontandola mille volte, gli italiani, con l'epopea dei bonelliani, hanno ottenuto risultati simili, ma ancorandosi agli schemi classici del romanzo d'avventura. I francesi sono imbattibili nel ricostruire i contesti, sono maestri delle ambientazioni e riescono al meglio quando le usano come strumento di riflessione sulle vicende dell'umanità. I manga, specie quelli pensati per le giovani menti, sono unici quando si tratta di spiegare cosa porta ognuno di noi a dare un senso alla vita. Che sia un altro essere umano, un arte, un talento, uno sport, un'idea astratta o anche solo un luogo, i giapponesi hanno insegnato al mondo cosa significa abnegazione, "vocazione", amore incondizionato. Senza paura ne hanno esplorato il lato oscuro: l'ossessione, la perversione (cioè quando tutto si riduce alla distruzione di sé e dell'oggetto del proprio desiderio). Oppure quando si deve ammettere il proprio fallimento e, ancor più drammatico, la terribile condanna di non avere più uno scopo.

Fratelli nello spazio in realtà ha un tono e un'atmosfera tutto sommato leggera, ma mescola due elementi "storici" del fumetto giapponese: la crescita dei personaggi e l'amore per la scienza. Due fratelli che sognavano da piccoli di raggiungere le stelle, diventano astronauti. Tra flashback, mentori improbabili e grandi momenti d'illuminazione, Mutta e Hibito trovano la loro strada, scoprendo quanto la realtà sia diversa dai sogni, costruendo la loro vita da adulti. Il raggiungimento del traguardo significa sacrifici, non solo in termini d'impegno e fatica, ma anche rinunce alla quotidianità: la famiglia, gli amici, l'amore.
Le side-stories dei personaggi secondari sono un altro punto di forza del titolo.
Insomma mi ha conquistato proprio per la capacità di riportarmi a temi familiari sulla realizzazione personale che tanto ho amato in gioventù  adattandoli ad una sensibilità ormai adulta e fin troppo disincantata. Una sceneggiatura robusta che gli è valsa la trasposizione in anime, in arrivo quest'anno in Giappone, e anche un film dal vivo il cui risultato è, come spesso accade in questi casi, divinamente trash.

martedì 8 maggio 2012

Mazzucchelli nella sua scintillante armatura

David Mazzucchelli è il campione degli amanti del fumetto, nel senso più letterale del termine. Un artista impostosi nel mainstream (Daredevil e Batman anno uno) che ha poi scelto di portare la sua arte e la nostra passione verso lande sconosciute, sperimentando quello che il mezzo e il suo talento personale poteva dare di nuovo. Introduzione pomposa per dire che ho letto (2 volte) in 48 ore Asterios Polyp, (da noi edito da Coconino press). Un'opera che ha avuto una gestazione di circa 10 anni e nonostante questo appare clamorosamente innovativa.

Racconta una storia abbastanza lineare: un professore universitario snob e misantropo viene "benedetto" dall'incendio del suo appartamento che lo costringe a ricostruirsi e capire cosa davvero è importante nella vita. Una storia molto "anni 90", sul senso delle piccole e grandi cose che ricorda un po' quel capolavoro televisivo di Northern exposure (da noi Un medico tra gli orsi). Si parla di auto, famiglia, soprannaturale, amore, Dio e dell'indifferenza dell'universo nei nostri confronti.
La risposta è relativista, ma senza disperazione. Il finale è semplicemente perfetto, una "trovata" in grado di far esplodere un impulso che ti accompagna per tutta la lettura: spiegare, approfondire, dire la tua opinione.
Insomma un libro che sarebbe piaciuto al "giovane" Holden Caulfield: "Uno di quelli che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira"

Ma la vera originalità sta nel linguaggio. Asterios è un grande fumetto senza rientrare nelle due grandi categorie con cui si etichettano i capolavori. I più intellettuali dicono che i fumetti al loro meglio sono "letteratura disegnata", un po' fuori moda è l'espressione di "cinema su carta", mai appartenuta all'estetica anglosassone e molto più, seppur in modi diversi, ai manga e ai fumetti popolari italiano e argentino. La narrazione di Mazzucchelli è "stereo" con le immagini e le parole che viaggiano in parallelo. Le dissonanze servono proprio a esaltare alcuni concetti. Un uso più moderno del vecchio parallelismo didascalie-immagini della golden age in cui la didascalia spiegava, con dovizia di aggettivi, la scena sottostante. Agli occhi di noi lettori del 21 secolo quel meccanismo è melodrammatico e ridondante, ma nella versione Mazzucchelli rende ottimamente la distanza tra la percezione del personaggio e la realtà o tra le sue parole e i suoi pensieri. Altri elementi nuovi sono l'uso di simboli matematici, frecce, lettere di alfabeti e pittogrammi come codice comunicativo ibrido tra i disegni e le parole. L'uso della tavola è a dir poco libero, senza griglie prefissate e uso diffuso degli spazi vuoti. Scelta perfetta per quello che un lungo e ineguale flusso di coscienza che cattura il lettore

Al quarto paragrafo devo precisare che Asterios è una lettura scorrevole, dove gli eventi si rincorrono con armonia e leggerezza. Bello in senso pieno anche per chi non coglie tutti gli aspetti metafumettistici.
E' l'opera ideale da prestare a qualcuno che non è interessato ai fumetti per dimostrargli quanto sanno essere intelligenti e intriganti. E soprattutto inimitabili, l'esatto contrario di quel "parente povero" di film e romanzi che la maggioranza delle persone crede.
Sono convinto che Mazzucchelli (con Spiegelmann e pochi altri) sia uno dei pochi autori in grado di "farci fare bella figura" ovunque. Come suggerisce il titolo del post, è un'ambasciatore ideale. Anzi meglio: è l'ideale campione da lanciare in qualsiasi disfida culturale.  Anche se l'antica questione su quali siano i modi giusti di allargare la cerchia degli estimatori, ritornello di mille dibattiti in rete e nelle fiere, mi appassiona molto meno di un tempo, per molti versi lo considero superato.