mercoledì 6 marzo 2013

Boicottaggio riuscito

Chris Sprouse ha rinunciato a scrivere le storie di Superman scritte da Orson Scott Card. La motivazione ufficiale non ha niente a che fare con i contenuti o con le idee dello scrittore
Per Sprouse: "l'attenzione dei media è arrivata a punto tale da allontanarsi troppo dal vero lavoro e sono troppo a disagio con questa cosa"
Ho già scritto che boicottare Scott Card per le sue idee politiche sarebbe un caso di censura grave. Sprouse sembra essersi tirato fuori perché sicuro che il suo lavoro sarebbe stato criticato a prescindere. Ma potrebbe essere anche una soluzione di comodo concordata con la Dc. Ora parte la ricerca di un nuovo disegnatore e la collana (che sarà digital first da aprile)
debutterà con altri autori.

La mia previsione è che quelle Adventures of Superman non le vedremo mai, e non sarà una vittoria
 

lunedì 25 febbraio 2013

Batman ti fa diventare gay, Superman te li farà odiare

Tolleranza.  L'industria del fumetto americana è stata quasi totalmente distrutta dal pregiudizio, proprio in questi giorni abbiamo avuto una prova documentale che il dottor Wertham non era un bigotto in buona fede, ma un fanatico che diede legittimità scientifica al pregiudizio dell'epoca, tanto poca era fiducia nella sua scienza che non si fece scrupolo di manipolare i dati dei suoi esperimenti pur di confermare la tesi che i fumetti corrompevano i lettori più giovani.

L'esito lo conoscete, "La seduzione degli innocenti" e le sue pseudoverità è diventato il pretesto per creare un ghetto durato decenni. Ironicamente, ci sono stati anche effetti positivi: anni di banalità e di comics code hanno accresciuto la consapevolezza sulle potenzialità del mezzo di una generazione di autori cresciuta dagli anni 80 in poi. Al prezzo però, di una vera ecatombe di realtà editoriali e di decine di carriere rovinate tra scrittori, disegnatori e imprenditori del settore. Un shock che ha aumentato la maturità dell'industria, ma al prezzo di una guerra.

Ora che i fumetti sono tornati mainstream come poche altre volte nella loro storia, sembra che la società nel suo complesso non abbia fatto grandi progressi nella comprensione di come funzionano, anche se stavolta l'intolleranza stavolta si traveste da politically correct. Mi riferisco alle polemiche per l'assegnazione a Orson Scott Card delle sceneggiature dei prossimi numeri di una collana di Superman che uscirà in digitale a fine aprile

Card è un autore di fantascienza molto bravo, tra i più apprezzati in attività, ma è un omofobo è sfrutta la popolarità dei suoi romanzi per sostenere pubblicamente le tesi più assurde sul fatto che il matrimonio omosessuale sia una minaccia alla civiltà americana (se per questo non crede neanche al riscaldamento globale). Non è l'unico caso di valido romanziere con idee politiche superate o improponibili, solo per rimanere nella fantascienza e nel fantasy Henlein fu duramente criticato per le convinzioni militariste, Dick era un pazzo drogato e sovversivo convinto che esistesse un complotto marxista tra gli autori americani. Lo stesso China Mieville, nostalgico marxista, trent'anni fa negli Usa avrebbe potuto pubblicare ben poco.  Non dimentichiamo che tra i best seller del fantasy e della fantascienza ci sono veri e propri fondatori di sette come Hubbard o sostenitori di filosofie inconsuete come Goodkind

Un breve excursus che spiega perché chiedere alla Dc di rivedere le proprie azioni non ha giustificazioni se non quella di una strisciante intolleranza. Una richiesta che può basarsi solo su due motivazioni, entrambe sbagliate. La prima è che le opinioni personali e politiche di un artista possano in qualche modo discriminare il suo diritto a pubblicare/produrre le sue opere. Terreno scivolosissimo, dal momento che si deve prima definire ciò che è "oltraggioso, offensivo o appropriato". Mark Millar, per esempio, è di questa stessa opinione

Ma è la seconda motivazione che più mi preoccupa: Orson Scott Card sfrutterebbe la visibilità e l'eco planetaria di un'icona come Superman per far passare i suoi messaggi retrivi. Dando per scontato che la Dc eviterà di prestare il suo personaggio più conosciuto per fare della propaganda smaccata (se non altro per motivi economici), l'unica spiegazione di tanta agitazione è che quelle sceneggiature ottengano il risultato in maniera subdola, quasi subliminale.

 E così il cerchio si chiuderebbe: se negli anni 50 Batman ti insegnava a diventare gay (era un delle tesi forti della seduzione degli innocenti) oggi Superman ti insegnerà ad odiarli. Ma non ci eravamo già passati?

lunedì 18 febbraio 2013

L'avevamo detto

Per i pochi che avevano pensato male del finale di Asteryos Polyp (non io, evidentemente), il sito The Beat fa giustamente notare che gli ultimi eventi in Russa tagliano definitivamente la testa al toro.

Altro che facile via d'uscita o eccesso di relativismo, Mazzucchelli è di certo un saggio, forsanche un profeta ^__^

(p.s.) per i miei 25 lettori, sto tornando

martedì 18 dicembre 2012

Karen, la regina lascia senza eredi

Arrivo tardi (gioie della paternità), ma ho ancora qualcosa da dire sull'uscita di Karen Berger dopo vent'anni a capo della Vertigo
Questa serie di Tweet raccolta dal sito Comics Alliance racconta bene quante carriere sono state create e lanciate dalle scelte di Karen.  Che in molti sensi può essere considerata la Gertrude Stein del fumetto mondiale. Sono convinto che il suo vuoto non sarà colmato è probabilmente il periodo d'oro della Vertigo è finito per sempre. Non mi sorprenderebbe nemmeno che il  2013 fosse l'ultimo anno dell'etichetta Vertigo come entità editoriale separata dalla Dc.

Karen Berger dal sito Comicsalliance

E' stato fatto notare che al di là dei risultati di vendita ormai molto deludenti, il vero valore del marchio "adulto" era quello di allenare e creare talenti e squadre creative sceneggiatore-artista che poi si trasferivano nel mainstrean su titoli da 100 mila copie e più.  Vertigo ha long sellers di assoluto rispetto come Sandman o Fables, ha imbroccato/inaugurato  delle tendenze molto redditizie come i vampiri (I vampire e American Vampire), Preacher, o il noir rivisitato "stile" Azzarello. Ma agli occhi dei vertici di Dc è stato il Batman di Grant Morrison a ripagare l'investimento di Doom Patrol o Invisibles.

Insomma chiudere la Vertigo (o svuotarla) è come se il Barcellona chiudesse la sua famosa "cantera". Senza più le squadre giovanili, la prima squadra continuerà a vincere per qualche anno, ma il futuro sarebbe ricco di nuvole nere (Lemire, Snyder, Wood, Cook dove li prenderebbero?).

Da lettore mi preoccupano le conseguenze di tutto questo: i grandi talenti verrebbero fuori comunque, come ho già sottolineato i canali sono tanti, ma Berger e Vertigo hanno fatto un lavoro che spetta escluivamente agli editori (sia nel senso italiano che inglese): annusare l'aria sulle tendenze che piacciono (o meglio, "stanno per" piacere), selezionare i talenti, far sbocciare idee e capacità produttive in progetti concreti. Esempio: mandare Azzarello a sceneggiare Hellblazer è stata un'idea originale e ben riuscita, ma impossibile senza un redattore illuminato che la spingesse. Gaiman e Mckean si conoscevano, ma aggiungere un giovane Sam Keith al nascente Sandman ha aggiunto un altro mattone al capolavoro. Tutto questo potrebbe non succedere più.
Il trono di editore illuminato è vacante, molti indicano in Eric Stephenson della Image l'erede, ma deve ancora dimostrare tanto.

Update 19 dicembre   Dc ha annunciato il nuovo assetto dell'etichetta: sulla sedia di Karen si siederà la sua vice storica Shelly Bond così come storici sono gli altri editor Will Dennis e Mark Doile. Nessuna rivoluzione dunque anche se rimango pessimista, li aspetta un futuro in trincea a combattere contro un progressivo impoverimento di testate, uomini e mezzi

lunedì 22 ottobre 2012

Come invecchia male Blame!

Quando uscì nel '98, e ancor più quando arrivò l'edizione italiana due anni dopo, Blame! sembrò davvero qualcosa di veramente nuovo. Il suo autore Tsutomu Nihei era il più promettente tra la pattuglia di "nuovi talenti" che si sono affacciati alla ribalta all'inizio degli anni '90 (Obata, Oku, Taguchi per citare i più acclamati nel genere )

La forza di Blame! era quella di affrontare uno dei topos più forti del fumetto giapponese, la fantascienza, riprendendone i capisaldi tematici e mostrando di avere qualcosa di nuovo da dire. Per chi ha letto Akira, Gundam, Planetes, persino l'adoloscenziale Evangelion, prendere in mano Blame! significa riaprire antiche riflessioni: il rapporto macchina-corpo umano, la società che perde di senso per eccesso di evoluzione tecnologica, la domanda ultima su cosa sia "l'umanità" o l'anima nel momento in cui robot, connessioni reticolari e nanotecnologia rendono le distinzioni sempre più labili.



In più, e in questo c'è un ulteriore punto di contatto con Akira, l'aspirante architetto Nihei era un autore più globale, lo stile manga era molto mediato dall'influenze dello svizzero Giger e da una cinematografia americana di Cameron e Scott. I lavori per la Marvel sembravano incoronarlo il primo grande "disegnatore dei due mondi" in grado non solo di piacere su tutte e due le sponde del Pacifico, ma di essere padrone di uno stile esattamente a metà tra le due influenze

Dopo oltre dieci anni di carriera le potenzialità dell'autore sono rimaste nella mente dei critici e degli appassionati, lo stile di Nihei è diventato più semplice ma meno suggestivo. L'edizione di lusso di Blame, completata tra fine 2011 e inizio 2012, è l'occasione per una sorta di critica retrospettiva. E devo dire che le tavole ingrandite del nuovo formato e la rilettura puntuale delle avventure di Killy sono un'altra delusione. Blame è invecchiato male, le incertezze grafiche dell'autore, specie nel primo volume,  sono ancor più evidenti, appena compensate da tavole ancora di assoluto impatto. La trama non regge il confronto con i classici a cui era stato accostato al momento della pubblicazione.  Auguriamo a Nihei che il prossimo decennio sia quello della piena esplosione artistica.


domenica 16 settembre 2012

Quanto il cinefumetto deve al fumetto-fumetto

"The Avengers" e "Il cavaliere oscuro, il ritorno" sono stati l'assoluto successo cinematografico dell'estate americana sono piaciuti in tutto il mondo. Storie godibili, ricche di azione e con atmosfere ben definite, merito di registi affermati come Josh Whedon e Cristopher Nolan che, al di là del loro talento personale hanno sicuramente un approccio di rispetto e considerazione per il mezzo fumetto e per le sue potenzialità. Conoscevano bene l'incarnazione cartacea del materiale che stavano producendo.
Non sono condizioni né frequenti né necessarie, ad esempio il Batman di Tim Burton era una costruzione personale dell'artista lontano anni luce dal cavaliere oscuro originale e anche da quello che s'imponeva negli albi contemporanei ai due film con Michael Keaton. Erano i tempi di "Shadow of the bat" o delle "leggende del cavaliere oscuro" per intenderci. Burton ricostruì un suo "elseworld" di Batman al cinema e funzionò.



Quella formula, prendere un grande artista e chiedergli di reinterpretare un'icona dei supereroi, non fu replicata con successo, né per gli altri due Batman di Schumacher (dove l'ispirazione sembrava più la serie Tv, pilastro del "Camp"), né in altre trasposizioni, come l'Hulk di Ang Lee.
Ci volle Sam Raimi con L'uomo ragno per mostrare la strada: bisogna creare delle pellicole con lo stesso spirito delle serie da cui traggono i personaggi, meglio se ci si rifà a specifici "periodi d'oro" che sono rimasti nella memoria di più generazioni di spettatori.  Chi non ha seguito queste indicazioni (Daredevil e Fantastici quattro) ha creato delle opere inconsistenti che non sono piaciute né ai fan né agli spettatori occasionali
Whedon in Avengers ha fatto un ulteriore passo in avanti, da vero conoscitore dei meccanismi dei comics ha costruito un kolossal in perfetto stile Marvel, portando quell'universo al cinema e raccontandolo alla stessa maniera. Ci sono le trame esili, ma epiche, di Big M, la necessità di cercare la "coolness" a tutti i costi: meravigliando con colori ed esplosioni, titillando l'ego degli spettatori con battute e "inner jokes". Iron Man 1 e Capitan America mi sembrano i prodotti in questo senso meglio riusciti, ma anche X men First class ricalca operazioni del passato come 1985 di Millar o 1602 di Gaiman

 Non è una critica, per quanto da sempre più filo-Dc e scarsamente affascinato da certi risvolti da soap opera dei personaggi Marvel, non posso negare che si tratti di uno stile supereroistico ricco di veri capolavori del genere. Ad esempio The Ultimates di Millar e Hitch è chiaramente un progenitore stretto della versione cinematografica di The Avengers e il risultato finale ne ha risentito positivamente. Nolan si è fermato a metà: il suo Batman Begins era fedele all'Anno Uno di Mazzucchelli e Miller, ma nessuno se ne accorto. The Dark Knight è bellissimo, ma "le licenze poetiche" sono decisamente troppe agli occhi di un lettore hard core. L'ultimo è una via di mezzo: Bane è una costruzione del tutto originale e secondo me ben riuscita. Mi piacerebbe leggere una miniserie (Loeb o Azzarello potrebbero scriverla) che approfondisse un villain che ha un aspetto mostruoso, ma un cervello in grado di battersi alla pari con quella del Detective.


Ma Nola ha anche rubato parecchi spunti validi emersi nel Bat-verse e selezionati negli anni dal gusto dei fan e dalla vena degli artisti. La Gotham isolata dal resto del mondo con i criminali che se la spartiscono in zone è una meravigliosa rievocazione di No man's land. L'orgoglio delle divise blu del Gcpd è nato in Gotham Central dalle menti di Rucka e Brubacker (dov'era Montoya?). E infine la pazzia tutta al femminile di Talia al Ghul è quella letta diverse volte in Batman & son, ma soprattutto in Death and the maidens (peraltro anche l'alleanza tra Bane e la famiglia Al Ghul è una sottotrama del ciclo Knightfall). Insomma Nolan ha fatto un'operazione molto simile a quella di Grant Morrison per il suo Rip. Trattando le centinaia di avventure del cavaliere oscuro come fossero una "biografia" reale e traendo delle conseguenze coerenti sul mondo, sulla psiche di Bruce Wayne e sulle persone che lo circondano. D'altronde la fine di quella Graphic novel e del film sono identiche.

Commento finale: trovo molto piacevoli questi film "leggibili" a più livelli e che danno agli amanti dei personaggi e ai comic geek elementi extra d'intrattenimento, nello svolgersi della trama o in scene "dedicate" come quella in cui Catwoman sparisce mentre Batman le parla e lui dice "allora è questo l'effetto che fa".
Lo definirei Fan service, se il termine non fosse usato per qualcosa di meno presentabile.

Ps. Segnalo che nel 2012, dopo anni in cui parlare di graphic novel "fa figo" come poche altre cose, qualche critico cinematografico non ha letto The return of the Dark Knight di Frank Miller e crede di farla franca. Boris Sollazzo scrive sul Sole 24ORE che
Nolan si avvicina molto all'originale del fumetto solo all'inizio, modella il suo cinema su quell'epica e oscura minisaga disegnata per essere un caposaldo di Batman e di tutte le nuvole parlanti, la graphic novel "Il ritorno del cavaliere oscuro" scritta e "dipinta" dal genio di Frank Miller
Sì.... certo.....sicuro.....

giovedì 23 agosto 2012

Sergio Toppi

Qualche mese fa Giancarlo Berardi nella posta di Julia definiva "orribile" il 2011 per la scomparsa di mostri sacri del fumetto e suoi amici come Sergio Bonelli e Enio.
Direi che il 2012 non si sta rivelando da meno: Sergio Toppi ci ha lasciato un altro immenso vuoto dopo quello di Moebius di qualche mese fa. 
Tra l'altro, visto che i sogni di entrambi sembravano pescare da mondi molti vicini tra loro, mi piace immaginarli sorvolare distese meravigliose, come quelle che per anni ci hanno regalato sulle loro tavole.
Li vedo fermarsi a osservare creature misteriose e affascinanti. Non servivano saghe, personaggi e persino la schiavitù delle storie era qualcosa di marginale quando c'era da guardare un disegno di Toppi. Non solo ti lasciavano a bocca aperta, ma anche un'inquieta consapevolezza: quelle erano cartoline di una dimensione molto più complessa, dotata di una malìa che avrebbe potuto risucchiarti.

 La morte potrebbe essere solo il passo definitivo per attraversare quello specchio che l'arte (specialmente quella a fumetti) riesce a farci sbirciare dalla nostra realtà limitata. Non più solo interpreti/traduttori, ma parte integrante del mistero.


Buon viaggio Sergio e grazie