Fermatevi se l'avete già sentita. C'è un mite giornalista che di giorno scrive di cose serissime, politica, economia, ambiente, ma quando il resto del mondo dorme ignaro delle minacce che lo circondano,
lui si trasforma nell'UOMO DEI FUMETTI
(che vi aspettavate? non avete letto il titolo del blog?)
Il trailer è bello, la serie sembra ben curata. L'attore credibile (bello l'accento e i capelli eccessivamente ossigenati). Gli effetti speciali e gli indizi sulla storia sembrano voler spingere molto sulla parte magica e lotta demoni/angeli.
Constantine sopravvive alla morte sua e della storica serie regolare di Hellblazer per reincarnarsi in una serie Tv. La vedrò, con diffidenza e timore che diventi meno credibile di "Supernatural". Non posso essere equilibrato su Constantine, troppo cuore e troppi ricordi in ballo. Cogliere un riferimento al fumetto mi farà sorridere e immalinconire, vedere personaggi stravolti (Chas ci sarà?) probabilmente mi farà incazzare e basta.
Mi rendo conto che una serie tv è la cosa migliore che possa capitare ad personaggio in questo momento ( ne riparliamo la prossima stagione televisiva, troppi progetti in ballo perchè riescano tutti), ma se mi fermo a pensare a quello che veramente mi piaceva di Hellblazer : lo humor nero e osceno dei dialoghi Ennis, il realismo grottesco Dillon, la disillusione di Azzarello, la cattiveria di Warren Ellis sulla mediocrità della media borghesia inglese, e persino la tarda satira politica di Milligan e di quel vecchio punk di Simon Bisley, mi rendo conto che non possono finire in Tv. I tempi sono cambiati, ma non così tanto. Constantine ha fatto storia e ci ha conquistato proprio perché ha percorso strade impossibili per altri.
Certo, ci divertiva anche la magia, la parodia della religione, le altezze e le bassezze che rendono gli umani unici persino in un mondo strapopolato di esseri onnipotenti, ma non sono mai state le cose più importanti. John le ha sempre lasciate volentieri alle fighette innamorate di Sandman :-PP
Il post precedente grondava ottimismo e positività, Amazon ha pensato bene di farmi tornare con i piedi per terra. Il primo annuncio del nuovo padrone di Comixology è a dir poco deludente. Le app su Iphone e Ipad non permettono più di comprare direttamente, sono diventati semplici lettori di materiale che deve essere scaricato dall'account di Comixology su sito. Anche per gli Android c'è qualche difficoltà in più Google play non è più utilizzabile, ma gli acquisti in app sono possibili
Circa il 20% di tutti i telefonini usano il sistema Ios, se si aggiungono gli ipad è facile stimare che almeno un terzo degli acquisti di comic digitali arrivavano dai canali ora chiusi. Tutto gira intorno al numero 30. Infatti la Apple teneva il 30% dei ricavi realizzati in- app. La scommessa dei manager di Amazon si rivelerà vincente solo se in questa migrazione forzata meno di un terzo di questi clienti non si perderà per strada.
Ma anche in quel caso non ci sarebbe niente di cui gioire. L'esperienza dei comics digitali diventa più farraginosa e questo avrà un impatto sulle vendite. Quanti di noi appena finito di leggere un albo, sono passati direttamente allo store per fare qualche acquisto d'impulso, magari il numero successivo nella storyline uscito su una collana diversa? Quanti hanno sfruttato le megasvendite che durano 48 ore?
Tutto questo sarà quasi impossibile, di certo bisognerà passare dal sito, pagare (mentre apple store non chiede ogni volta di reinserire la carta di credito) e poi di nuovo scaricare sull'Ipad. Ogni passaggio sarà un'occasione per ripensarci e lasciar perdere.
Amazon dovrebbe saperlo bene: l'intero sito e tutte le sue procedure e postacquisto sono congegnate in modo da massimizzare il numero di oggetti per momento di acquisto (e quindi vai con recensioni, suggerimenti, liste dei desideri e sconti in bundle, prodotti collegati etc)
Strano che il nuovo acquisto Comixology diventi il banco di prova di una politica opposta, che risulterà ancora più odiosa agli occhi di utenti ormai abituati ad un livello di servizio molto migliore
Per quanto mi riguarda, bloccherò ogni acquisto per qualche mese, tempo "necessario" a riprendermi dalla fatica di dover eliminare la vecchia app, scaricare la nuova e recuperare, tra gli oltre 700 albi acquistati (tutti dallo store di Apple :-PP) quelli ancora da leggere. Operazione che mi fatto perdere un'oretta e che di certo dovrà essere rifatta nei prossimi giorni causa errori.
Gerry Conway, storico sceneggiatore di Spiderman, ha scritto sul suo blog che la storia del 30% non c'entra niente, perchè come distributore Amazon impone la stessa quota di Apple. La scelta deriverebbe dalla volonta del patron Jeff Bezos di spingere le vendite di Kindle rispetto agli iPad. Anche questa teoria ha dei punti deboli visto che dai bilanci di Amazon emerge chiaro che l'hardware kindle è venduto in perdita per aumentare le vendite di contenuti dallo store, cioè libri e fumetti.
Quale che sia la motivazione vera, il più bel negozio di fumetti del mondo ha chiuso un po' troppe vetrine e perso parecchie luci. Spero in un ripensamento
Si viene a creare una nuova interessante simmetria ora che Comixology è stata comprata da Amazon. Marvel alla Disney, Dc alla Warner e ora il più grande distributore digitale finisce nelle grinfie del più grande venditore on line. I fumetti giocano nella serie A dello show business. D’altronde, guardando l’operazione con occhio distaccato, si nota che il quasi monopolio dei comics digitali domina da diversi mesi l’Apple store nella classifica delle app più remunerative. Considerando la concorrenza dei grandi gruppi di videogames, delle aziende editoriali classiche e delle software house, questo è un risultato di assoluto valore.
Ma naturalmente l’attenzione è tutta concentrata sugli effetti per il nostro piccolo mondo di uomini in calzamaglia e mondi paralleli. Il successo di Comixology è frutto di una tecnologia che funziona (personalmente ho più di mille comics comprati in circa tre anni e mai sperimentato un solo problema tecnico), una politica di prezzi molto aggressiva e un catalogo sterminato.
Solo la prima caratteristica è merito della società . Le altre due sono invece figlie delle politiche degli editori che, quasi all’unisono e senza ripensamenti, hanno deciso di spingere le vendite delle versioni digitali dei loro fumetti: uscite in contemporanea, edizioni “only digital” e clamorose vendite in saldo di materiale d’archivio. Pensate che rivoluzione l'accesso immediato a 99 centesimi per comic book si vendevano a decine (se non centinaia) di dollari nei negozi o nelle aste on line. Senza contare il tempo risparmiato nella ricerca di tutti i numeri di una miniserie o delle prime opere di un disegnatore, senza temere che diventino irreperibili.
I miei datori di lavoro, gli editori di giornali, continuano a chiedersi da un decennio quanto investire su Internet e quanto la rete “cannibalizzi” il prodotto cartaceo. Nessuno di loro ha prodotto un modello credibile, e il settore non brilla per collaborazione e scelte condivise. Invece nel loro piccolo i comics publisher hanno scelto una piattaforma unitaria e investito pesantemente su di essa. Il loro segreto? Coraggio e calcolo.
Il fatto che Comixology fosse un’emanazione del distributore principale per le fumetterie, la Diamonds, ha fatto sì che tutti si sentissero garantiti. Gli editori non temevano che il distributore li schiacciasse forte di un equilibrio consolidato sulle distribuzioni cartacee. Le fumetterie hanno, seppur con qualche remora, confidato che il venditore digitale non avrebbe penalizzato la principale fonte di ricavo di Diamonds che rimane la distribuzione tradizionale.
Ha funzionato, Comixology vale poco meno del 20% delle vendite mensili, in una torta che è cresciuta in questi anni. Pur senza dati ufficiali e certificati, gli addetti del settore sottolineano che le vendite internazionali e quelle in aree poco servite dalla rete delle fumetterie a godere del servizio digitale. In pratica la sovrapposizione sarebbe minima e tutti sono contenti.
Con l’avvento di Amazon però le fumetterie hanno capito di doversi preoccupare un po’ di più visto che il nuovo padrone ha interesse a vendere solo on line e ha già con successo decimato le librerie tradizionali. D'altrocanto le fumetterie da tempo si stanno emancipando dalla vendita dei comic book (affare rischiosissimo per via dei margini risicati e della difficoltà di ordinare sempre la quantità giusta di ogni testata). Action figures, magliette, videogames, edizioni di lusso, poster. Le iniziative che tengono unita la comunità locale dei fumettari stanno diventando il vero motivo di esistenza dei negozi. Amazon ci sta facendo fare un passo in più verso un mondo in cui i fumetti ce li scaricheremo sull'Ipad e poi ne andremo a parlare di persona in fumetteria. Cioè l'esatto contrario del mondo attuale, non necessariamente peggiore
Gli ultimi dati sulle vendite dei comics nel mese di marzo, segnano un paio di novità interessanti. Image non solo si conferma la terza forza del mercato, ma fa il miglior risultato da 15 anni a questa parte. Dati ancor più lusinghieri se si pensa che "Big I" domina nei paperback grazie a titoli come Walking Dead e Saga. In cinque anni ha praticamente raddoppiato il peso in una torta che peraltro è cresciuta
Il mercato Usa sembra entrato in una fase di ripiegamento molto importante, è probabile che si ripeta, su numeri più alti, il ciclo del decennio scorso. Lo sforzo produttivo, creativo e di marketing degli ultimi tre anni (I film Marvel, il reboot dell'universo Dc) hanno in qualche modo testato i limiti strutturali del mondo delle fumetterie americane e aperto nel miglior modo il mercato digitale. Ora inevitabilemente si tira il fiato. Molto è stato costruito: oltre all'ottima salute delle due grandi editrici, un gruppetto di aziende medie hanno costruito delle realtà solide. Dark Horse, Dinamite, Idw sono in grado di prendersi licenze importanti e coinvolgere autori di primo piano. Sono alternative vere e aumentano la quantità complessiva di creatività "in circolo". Un salto di qualità che ha rivoluzionato il fronte delle entrate prodotto dalle trasposizioni cinematografiche e televisive. La crescita esponenziale di "esportazioni" dal fumetto agli altri media e meno importante del fatto che Marvel, Dc e le altre siano nella parte alta della catena di produzione tenendo il pieno controllo dei progetti (fIlm, videogiochi e serie tv).
Proprio in questo senso il premio all'Image da parte dei lettori è anche poco rispetto al valore del suo ruolo nell'industria. Eric Stephenson è considerato il miglior editor del settore, nella sua gestione dal 2008 ha dimostrato di avere senso degli affari e sensibilità artistica, uno in grado di lasciare un segno, quasi ai livelli di Karen Berger. Ha un roster di autori/disegnatori paragonabile a quello delle due megapotenze. Paga meno e vende meno, ma permette agli autori maggiore libertà e totale controllo sulle loro creazioni, così non solo è un'ottima rampa di lancio per artisti che si vogliono mettere in mostra (Bendis, Kirkman, Hickman, Fraction) per citare solo l'ultimissima infornata, ma è anche un punto di riferimento per quelli che si vogliono prendere una pausa dagli obblighi derivanti dalla fama raggiunta (millar, J. Michael Straczynski, Vaughan). Un'opera di rigenerazione dello stock di talento complessivo che nessuno è in grado di replicare come dimostra la distruzione della Homage perpetrata dalla Dc e il vivacchiare della Icon da parte della Marvel, cioè le etichette che dovrebbero togliere spazio alla Image.
Difficile dire perché la Image, nonostante le mille vicissitudini, sia riuscita dove gli altri hanno fallito. Li seguo dall'inizio e la mia opinione è che c'è una sorta di dna originario che si è affinato nel corso degli anni in una strana eterogenesi dei fini. Quando i fondatori Jim Lee, Todd Mcfarlane, Jim Valentino, Erick Larsen, Rob Liebfield e Whilce Portacio lasciarono la Marvel pensavano a se stessi come degli imprenditori in grado di ripercorrere le orme di Stan Lee. Fallendo però hanno costruito qualcosa di meglio. Volevano nelle loro tasche una quota maggiore dei profitti generati dalla loro creazione e si ribellarono ai contratti capestro della Marvel. E' probabilmente vera l'accusa che la loro fu una fuga dettata più dall'avidità che dalla voglia di libertà espressiva, ma erano e restano dei disegnatori di fumetti e l'idea di sfruttamento commerciale che può avere un artista (più o meno dotato) sarà sempre più rispettosa della materia prima ( i fumetti) di quella di un qualsiasi manager.
Infatti la storia delle Big two è piena di scelte sbagliate e strategie folli proprio nel momento in cui gli affari vanno male o i lettori perdono interesse. Le grandi aziende sanno che a volte una rapida strada verso la liquidazione è il miglior modo per superare una crisi. Alla Image, naufragati i sogni di gloria, da una decina di anni si sono rimessi a fare fumetti, provando molto, sfruttando quello che vende e sapendo che bisogna contemporaneamente cercare già il fenomeno successivo. Funziona, per loro e per altri.
Sono stato rispedito indietro di 20 anni leggendo in prima pagina del mio giornale
Anna Frank come
Hello Kitty
in Giappone la Shoah è un manga
di colpo siamo tornati ai "cartoni diseducativi fatti con il computer", all'eccessiva violenza, alla mancanza di morale, alla necessità di edulcorare aspetti culturali troppo lontani da nostri. Insomma, alle censure della Valeri Manera e della Slepoi.
Ci siamo arrivati dopo una spirale di superficialità e di equivoci che non riesco a spiegare: in cima c'è un titolo che sparge un mucchietto di parole ad effetto con l'entusiasmo del venditore che sa di non aver merce di buona qualità. Sotto c'è un editoriale del new york times scritto da un critico letterario giapponese che usa i manga come pretesto per parlare d'altro. Alla fine c'è un lettore, quello italiano, che pur disinteressato alla vicenda tratterrà l'informazione che i manga sono stupidi, servono ad instupidire chi li legge e banalizzare gli argomenti che trattano. Non proprio un capolavoro d'informazione.
Anche per rimediare a questa clamorosa caduta di cui mi sento moralmente responsabile sono andato in fondo alla faccenda. Mi sono letto il testo di Repubblica e quello originale, dove correttamente c'è anche un profilo dell'autore.
Cosa voleva dire Norihiro Kato nel suo editoriale?
Il professore parte da una considerazione personale e da un dato di cronaca
Deciso a non fare i conti con il proprio passato, il Giappone ha fatto proprio il personaggio di Anna Frank, trasformandolo in un simbolo “carino”. A fine febbraio a Tokyo sono state danneggiate centinaia di copie del Diario di Anna Frank.
Esistono, ricorda il professore, diverse trasposizioni in manga della vicenda di Anna Frank, che hanno avuto molto successo, e questo dimostrerebbe che
Negli ultimi decenni il Giappone ha messo in atto un meccanismo mirato ad evitare di dover fare i conti con il proprio coinvolgimento nella Seconda guerra mondiale: ha neutralizzato i punti troppo dolorosi attribuendo loro una valenza puramente estetica e innocua - rendendoli “carini”
non solo
Un famoso esempio di questo fenomeno si verificò nel 1988, quando emerse che Hirohito era considerato dalle studentesse “kawaii”, un giudizio che annullava automaticamente il ruolo ricoperto dall’imperatore durante la guerra. “Hello Kitty”, la gattina bianca che indossa un fiocco rosa sull’orecchio,è la massima personificazione della cultura giapponese del“carino”:non ha un passato ed è priva di bocca. Rappresenta l’impulso a fuggire dalla storia e la volontà di smettere di parlarne.
E qui non solo la tesi del professore si fa molto personale, ma anche scricchiolante. La carinizzazione è un fenomeno del costume (e del marketing) giapponese. Non certo limitato alle vicende tragiche della seconda guerra mondiale. Gli esempi usati di Hirohito e Hello kitty ci portano poi lontano dal fumetto visto che parliamo di un personaggio storico e di una bambola. Vale la pena ribadire, per chiarire quanto il titolo del giornale sia sbagliato, che Hello Kitty non è un manga, ma un pupazzo creato dall'industria di giocattoli Sanrio.
Tanto per intenderci, la "ruffianeria" della carinizzazione significa usare personaggi dalle forme piacevoli, arrotondate, rassicuranti per suscitare tenerezza e attaccamento in chi guarda
Si può rendere kawaii tutto. Qui Hello Kitty-Guile
Dire che i manga sono un veicolo di carinizzazione significa scambiare la parte per il tutto. Un po' come dire che il fumetto americano, e le sue rappresentazioni di Reagan e della Barbie, sono il veicolo del desiderio di dominio statunitense (è la prima stronzata che mi è venuta in mente ma è credibile come la tesi del professore e coerente con il suo argomentare).
Un medio conoscitore di anime/manga sa che nell'immensa produzione di fumetti nipponici ci sono autori che l'hanno usata a piene mani, anche per raccontare argomenti drammatici e melodrammatici. Altri invece che l'hanno volutamente avversata cercando di suscitare disgusto e orrore con i loro disegni. Tra i molti esempi possibili: le vicende strazianti di Remi-Senza famiglia sono ingentilite e accentuate dal character design di Sugino e Dezaki, mentre una bella riflessione esistenziale sul Giappone di oggi come Homunculus non ha proprio niente di kawaii
Ci sono più morti in Remi che in un film di Die Hard
La discutibile interpretazione del mondo iconografico giapponese di Kato poi tocca un nuovo vertice
Qualche anno fa, in un saggio dal titolo “Goodbye Godzilla, Hello Kitty”, ho affermato che Godzilla simboleggia i caduti di guerra giapponesi, tornati tra noi per sfogare la rabbia di essere stati dimenticati
Anche godzilla è diventato kawaii come Anna Frank (vero, ma non è certo una trovata recente), ma il legame di godzilla con i caduti di guerra è un'intuizione originale tutta sua, decisamente poco diffusa
Anna Frank da noi «simbolizza la massima vittima della Seconda guerra mondiale». Lo stesso ruolo che la maggior parte dei giapponesi si attribuisce, a causa delle bombe atomiche. Il Giappone, afferma Lewkowicz, è una vittima ma «mai un carnefice» e ciò che consente ai giapponesi di sentirsi accomunati agli ebrei europei dal ruolo di vittima è la loro strabiliante e diffusissima (in particolare tra i giovani) ignoranza
Qui siamo al nocciolo della questione, è un'opinione che trovo discutibile (non sarà che Anna Frank rimane una storia forte in sé tanto da piacere ai giapponesi come decine di altre vicende, reali e di fiction, che arrivano dall'occidente? Tezuka adorava Pinocchio, Miyazaki gli aerei italiani degli anni 30).
Ma Kato conosce la realtà giapponese meglio di me, e gli va dato un minimo di credito, peraltro nello stesso pezzo afferma che "questo meccanismo non funziona più" come dimostra il fatto di cronaca della distruzione dei libri. L'anima fascista del suo popolo si starebbe manifestando nella sua interezza.
L'allarme di Kato non è che i manga banalizzano la shoah, come titolato da Repubblica, ma che l'anestetico della carinizzazione non funziona più dentro la società giapponese. Come questo possa interessare il lettore italiano fino a guadagnarsi un posto in prima pagina sul quotidiano più letto rimane un mistero, e lo dimostra il fatto che il titolo deve urlare qualcosa di comprensibile ai suoi destinatari che non è il cuore dell'editoriale
Poi ci sono gli errori e gli equivoci che derivano dalla pubblicazione in italiano senza prendersi la briga di contestualizzare.
1) non si dice che quello è un editoriale apparso sul New york times e che l'autore non è un giornalista. L'assenza di questi due precisazioni dà allo scritto un'aura di obiettività che non ha e non vuole avere
2) si lascia intendere, come dimostra la gallery sul sito che sia la trasposizione in manga della vicenda di Anna Frank il vero affronto alla persecuzione degli ebrei
3) ultimo e più veniale dei peccati: non considerare che come il Giappone noi siamo i cattivi nella seconda guerra mondiale, e che anche noi, se si dar credito al ragionamento di Kato, abbiamo usato le nostre vittime per sentirci meno carnefici.
Ho ricevuto due obiezioni al mio (doppio) sproloquio sui fan Bonelli e sulla politica editoriale della casa. La prima era prevedibile:
“Non li capisci? Amen, vivi e lascia vivere. Rimani nel tuo mondo colorato e lasciali nel loro grigiore. Visto dall’altro lato sei tu quello che ha scelto il posto sbagliato”.
La seconda è più argomentata:
“Primo. Bonelli è la principale fonte di sostentamento per decine di disegnatori/sceneggiatori italiani e fornisce solide basi alla scuola italiana del fumetto. Anche quello che vive intorno o persino “in contrapposizione” al caro fumetto popolare. Secondo: è sbagliato sostenere che usa male il talento e i vantaggi derivanti dalla sua posizione di leadership, guadagnata — peraltro — grazie al lavoro e al favore del pubblico il modo più onesto e meritocratico che riesca ad immaginare.
Le critiche sui personaggi stereotipati e sulla standardizzazione degli stili dei disegnatori è in gran parte roba del passato. La Bonelli sta cercando nuove vie (Orfani — la collana le Storie) e sfruttando sempre meglio quello che c’è già (Dylan dog). Non necessariamente mantenere i fan più attempati significa non avvicinarsi ai ragazzi delle fumetterie e quelli appassionati di altri generi (anche questi steccati, ben visibili per quelli della tua generazione, sono sempre meno netti)”
Tutto vero, anche se in realtà i due amici sono caduti nella mia piccola trappola. Il movente iniziale del post era esattamente contrario. Tutto nasce dalla constatazione che Julia, ormai al traguardo delle 200 uscite, è diventata da un paio di mesi la collana singola più longeva nella mia libreria. Iniziata per curiosità, non gli darei complessivamente più di una sufficienza. Ci sono state storie irritanti (poche), una ventina ispirate e una massa di episodi memorabili come un bicchiere d’acqua fresca. Eppure, pur non avendo mai sofferto di crisi d’ansia in attesa dell’uscita del numero successivo, ogni mese per più di 15 anni ho versato puntualmente il mio obolo nelle casse della Sergio Bonelli editore.
Di qui il dubbio: il segreto del successo tramandato di padre in figlio, non sarà questa adattabilità ad ogni palato? Rifuggire ogni sapore forte, fare cambiamenti minimi e solo quelli facilmente assimilabili. Modifiche nel gusto e nello stile stemperati e sterilizzati fino a diventare insipidi. I fumetti Bonelli sanno come essere marginali nella vita di tutti noi. È il prezzo che pagano per raggiungere il maggior numero di persone e rimanere attaccati ai loro lettori in tutte le fasi della vita. Ogni mese un brodino caldo, piuttosto che una pietanza da buongustai, sapendo che fanno più soldi i venditori di dadi nei supermercati che i grandi ristoranti stellati. Io come gli altri ho ceduto a questa sottile strategia di sopravvivenza
Quindi il mio consiglio a chi sta lavorando a preservare e aggiornare l’eredità bonelliana - un consiglio da ignorante rassegnato - e di non esagerare con le rivoluzioni. Essere troppo al passo con i tempi è il miglior modo per passare di moda in fretta.
Ho avuto l'onore di pranzare con Sergio Bonelli nel 2003. Dieci anni fa mi godevo il mio primo e unico Angouleme con un vero esperto di fumetti: Roberto Davide Papini (qui il suo blog se volete). Bonelli naturalmente conosceva lui, ma devo dire che non fece grosse distinzioni tra il manipolo di appassionati italiani che lo avvicinò dentro e fuori il ristorante.
A quell'epoca avevo letto un paio di dozzine di storie bonelliane al massimo, due-tre forse quelle scritte da lui e la mia opinione sull'editore Bonelli non era cambiata di una virgola rispetto a dieci anni prima. Se la vita fosse un film ora vi dovrei dire che quella fu una "Damasco fumettistica", e che dopo di allora ho capito, recuperato e fatto ammenda per la mia superficialità. Ma la vita (la mia almeno) non è una pellicola, né un romanzo. Bonelli mi conquistò, ovviamente, ma solo come uomo: aveva carisma, era divertente, si rivelò una fucina di aneddoti non necessariamente collegati alla gloriosa storia della sua casa editrice. Furono ore piacevoli, ma ripensarci negli anni successivi ha sempre prodotto la stessa amara considerazione
"Se il ricco mondo di Sergio Bonelli, appena intravisto quel giorno, trasparisse di più nella produzione della Bonelli forse sarei un fan anch'io". Non era e non è così per una precisa scelta: il viaggiatore e storyteller Bonelli era anche dotato di un sano pragmatismo imprenditoriale milanese. Quel buonsenso che non lascia una gallina dalle uova d'oro come Tex finché continua a produrre denaro, o che preferisce costruire a tavolino i propri personaggi (a cominciare da Dylan dog) piuttosto che affidarsi al rischioso estro di uno dei propri artisti. Fu come scoprire che il signor Findus era un gran cuoco e gourmet raffinato, ma questo non bastava a rendere più saporiti i soliti "4 salti in padella " venduti dal supermercato
Tutto ciò che non sopporto del "canone del fumetto popolare italiano" è ancora lì dopo due generazioni abbondanti di Bonelli e migliaia di albi prodotti. Storie nate per intrattenere ragazzi adolescenti in un Italia con un solo canale televisivo (massimo due) con pochi soldi per andare al cinema e senza una produzione letteraria specificatamente pensata per loro. La povertà di mezzi e fonti d'ispirazione è diventata cifra stilistica: personaggi standard (protagonista, spalla del protagonista, macchietta comica, bella ragazza meglio se non fissa)
Giogo grafico (è la cosa che più mi irrita) per cui i disegnatori devono violentarsi e sembrare tutti uguali, studi di personaggi che partono dagli attori famosi. Ambientazioni sempre mutuate da qualcosa o da qualcuno. Certe regole si saranno pure molto ammorbidite nel corso del tempo, ma per me è ancora un insulto all'arte, perché figlio di una sfiducia sia verso "il mezzo" fumetto sia verso i suoi lettori
I clichè tanto cari a Tex e compagnia non si vedono più nei veri film dagli anni 60, le serie Tv, i comics americani hanno vissuto tre o quattro rivoluzioni stilistiche negli ultimi trent'anni. Per tacere delle evoluzioni tecnologiche, dell'evoluzione dei modi e dei tempi di godimento dell'entertainement negli ultimi 50 anni. Bonelli è ancora lì aggrappato all'effetto nostalgia, il cyberpunk su Nathan Never sembra ancora una trovata alla Flash gordon e Facebook in un numero di Julia ha il sapore della trovata esotica.
Insomma proprio perché so per certo che Sergio Bonelli era una persona eccezionale, e so per esperienza personale che li dentro ci lavorano decine di disegnatori e sceneggiatori bravissimi e innamorati del mezzo. Non capisco come la più grande azienda fumettisca italiana continui ad essere un altrettanto enorme spreco di potenzialità