Dimentica il mio nome è il più bel fumetto finora pubblicato da Zerocalcare. Di certo il migliore dei “lungometraggi” del giovane autore romano. Si ride tanto e ci si commuove un po’. Ingredienti nuovi e graditi sono un bella dose di mistero e qualche bella scena d’azione. Tra qualche anno qualcuno gli riconoscerà (insieme a Maddox) di aver rinnovato e trasportato nel ventunesimo secolo la gloriosa tradizione delle strip all’italiana. Zero è l’erede di Bonvi, Silver, Enzo Lunari, Angese, Sergio Staino e Disegni&Caviglia (li ho messi secondo il mio personalissimo ordine di grandezza).
Per la capacità di parlare alla propria generazione Zerocalcare può persino aspirare ad Andrea Pazienza, per ora il paragone non è proponibile, anche se proprio questo volume è un passaggio importante verso qualcosa. Quando si passa alla graphic novel Zero sembra sempre costretto ad adattarsi, come Federer sulla terra rossa. Stavolta la trama mantiene la giusta tensione per le oltre 200 pagine e cresce nel finale. A differenza di Dodici e di un Polpo alla gola il risultato è più solido, in entrambi i precedenti casi la storia di fondo appariva un pretesto per una serie di gag da una-due tavole. Stavolta - aiutato da una serie di fatti “reali” che riguardano la giovinezza di sua madre e sua nonna - lo Zero sceneggiatore sembra alleggerito dalla difficoltà della costruzione di una storia e riesce a concentrarsi sull’effetto finale, la qualità dei dialoghi, sperimenta persino qualcosa dal punto di vista grafico. Meno inquadrature fisse “stile strip” è più vignette in movimento e perfino qualche splash page.
Specie nelle opere lunghe traspare il timore dell'autore non avere qualcosa di “degno” da dire, di apparire troppo leggero. La sua comicità nasce da una severità morale di cui lui è prima vittima. Per quanto il suo amico armadillo continui a gridargli di fottersene, sembra inesorabilmente segnato sia dalla gioventù nei centri sociali in cui tutto è sottoposto a verifiche di conformità politica e “purezza” (vestiario, alimentazione, luoghi di divertimento, generi musicali, film e libri); sia dal presente da star dei social in cui il giudizio del pubblico è continuo e onnipresente (altrettanto spesso ingiustificato). Ormai ha il troll incorporato che deve imparare a domare per fare un ulteriore passo e guadagnare sicurezza nello storytelling
L'indagine sul vero passato della sua famiglia è avvincente, la commistione reale-fantastico permette persino di scomodare Murakami di Kafka sulla spiaggia. E c'é anche una morale per il protagonista e i lettori: il mondo là fuori, l’intreccio del vissuto delle persone, è una cosa enorme, più grande di qualsiasi sistema etico, giuridico, ideologia politica e persino logica-razionale. Sotto sotto Zero ammette che esserne accorto solo a trent’anni è una colpa. Io aggiungo che è una tara generazionale-nazionale di chi ha passato una giovinezza troppo facile e troppo spiaccicata sui divani dei genitori a discettare di cose che sono lì a portata di tv e computer, ma che non si conoscono davvero.
p.s. Naturalmente la cosa più importante è che si ride parecchio. Val la pena ribadirlo dopo tutto sto pippone
sabato 8 novembre 2014
giovedì 11 settembre 2014
Demografia e declino degli anime-fan
I Dvd di Goldrake venduti con il Corriere della Sera hanno avuto un effettivo impatto sulle vendite del quotidiano. In poche parole almeno le prime uscite sono da considerarsi un vero successo. Non è la prima volta che gli anime arrivano in edicola, né è nuovo l'abbinamento a testate storiche di grande tiratura (Gazzetta dello sport e Tv sorrisi e canzoni i precedenti illustri). Per la prima volta però l'intera strategia di marketing si è basata sull'effetto nostalgia, persino coinvolgendo la parte redazionale del giornale che nel mese di agosto ha fatto più di un tributo alla generazione Goldrake.
Tra il 1970 e il 1990 sono nati in Italia 14,6 milioni di persone, i primi avevano 8 anni quando la creatura di Go Nagai apparve sui Rai 2. Possiamo dire che il 100% di questa parte della popolazione ha visto la sua dose di cartoni animati. Non tutti loro sono diventati anime-fan (anzi direi che con questo mercato potenziale i frequentatori di fumetterie e fiere sono anche pochi), ma di certo nessuno di loro vi guarderà in modo strano se parlate di Lupin o Dragonball o i cavalieri dello zodiaco.
Si può giocare in molti modi dentro questo universo, vedere come il quasi monopolio dei robottoni dell'inizio (appena contrastato da maghette e shojo) sia stato superato da un fiorire di generi seguendo di pari passo l'età d'oro dell'animazione nipponica. Sono arrivate le soap, le epopee sportive, la comicità demenziale, gli anime di combattimenti. Quest'ultimi poi hanno stravinto negli anni 90 con i successi di dragonball (arrivato da noi con congruo ritardo rispetto al Giappone), affiancati da una consistente ondata di fantasy come non se ne era mai visti prima
Se parlate con fan di età diverse vi accorgerete di come questa esposizione variegata influisce su gusti e persino temperamento. I più vecchi di solito hanno gusti più hard e vanno in visibilio per fantascienza e mecha design. I figli degli anni 80 sono più romantici, segnati da Lamu, Orange Road, ma anche sensibili alla parodia e alla gag surreale. Gli ultimi invece, i meno interessanti, sembrano risentire della ripetitività di certi schemi che da Pokemon, One Piece e Naruto in poi hanno finito per assimilare le storie a videogame dai continui scontri e power up
Ma non è questo declino "qualitativo" che mi preoccupa, piuttosto la ritirata demografica in corso quell'esposizione devastante e inevitabile ai cartoni giapponesi è fatto del passato. Le sedicenni di adesso sono cresciute con le Winx (in giro da dieci anni ormai), i più giovani scendono a Peppa Pig. Chi ha passato l'infanzia nell'era dei canali per bambini di sky e mediaset ha visto diversi anime, ma le vere novità del periodo sono le serie di Cartoon Network (ora trionfante con adventure time, ma regular show, fantagenitori, leone cane fifone sono ormai delle istituzioni). I loro ricordi d'infanzia saranno inevitabilmente meno nippocentrici
Insomma la Generazione goldrake è già passata e non sembra ce ne sia un'altra a prendere il testimone, il futuro dell'animazione giapponese sembra pronto a tornare nella nicchia
Tra il 1970 e il 1990 sono nati in Italia 14,6 milioni di persone, i primi avevano 8 anni quando la creatura di Go Nagai apparve sui Rai 2. Possiamo dire che il 100% di questa parte della popolazione ha visto la sua dose di cartoni animati. Non tutti loro sono diventati anime-fan (anzi direi che con questo mercato potenziale i frequentatori di fumetterie e fiere sono anche pochi), ma di certo nessuno di loro vi guarderà in modo strano se parlate di Lupin o Dragonball o i cavalieri dello zodiaco.
Si può giocare in molti modi dentro questo universo, vedere come il quasi monopolio dei robottoni dell'inizio (appena contrastato da maghette e shojo) sia stato superato da un fiorire di generi seguendo di pari passo l'età d'oro dell'animazione nipponica. Sono arrivate le soap, le epopee sportive, la comicità demenziale, gli anime di combattimenti. Quest'ultimi poi hanno stravinto negli anni 90 con i successi di dragonball (arrivato da noi con congruo ritardo rispetto al Giappone), affiancati da una consistente ondata di fantasy come non se ne era mai visti prima
Se parlate con fan di età diverse vi accorgerete di come questa esposizione variegata influisce su gusti e persino temperamento. I più vecchi di solito hanno gusti più hard e vanno in visibilio per fantascienza e mecha design. I figli degli anni 80 sono più romantici, segnati da Lamu, Orange Road, ma anche sensibili alla parodia e alla gag surreale. Gli ultimi invece, i meno interessanti, sembrano risentire della ripetitività di certi schemi che da Pokemon, One Piece e Naruto in poi hanno finito per assimilare le storie a videogame dai continui scontri e power up
Ma non è questo declino "qualitativo" che mi preoccupa, piuttosto la ritirata demografica in corso quell'esposizione devastante e inevitabile ai cartoni giapponesi è fatto del passato. Le sedicenni di adesso sono cresciute con le Winx (in giro da dieci anni ormai), i più giovani scendono a Peppa Pig. Chi ha passato l'infanzia nell'era dei canali per bambini di sky e mediaset ha visto diversi anime, ma le vere novità del periodo sono le serie di Cartoon Network (ora trionfante con adventure time, ma regular show, fantagenitori, leone cane fifone sono ormai delle istituzioni). I loro ricordi d'infanzia saranno inevitabilmente meno nippocentrici
Insomma la Generazione goldrake è già passata e non sembra ce ne sia un'altra a prendere il testimone, il futuro dell'animazione giapponese sembra pronto a tornare nella nicchia
mercoledì 27 agosto 2014
In principio era un problema di Ntsc - 1
Avevo capito di aver lasciato la prima linea degli otaku da qualche parte tra il 2000 e il 2002 per colpa del fenomeno dei fan-sub. La tecnologia stava permettendo a noi appassionati un ulteriore liberazione nella lunga catena che separava gli appassionati dai loro oggetti del desiderio. Ma in quel giro vorticoso di cd rom pieni di anime sottotitolati io arrancavo, mi chiesero di aiutare all'adattamento fatto in casa di Bakuretsu hunter e Slayers facendo un minimo di editing e dovetti rinunciare.
Dieci anni dopo un altro passo verso l'obsolescenza me lo ha fatto fare la parola "simulcast". Ovvero la fantastica novità per cui serie giapponesi di grido come Silver spoon, Space dandy o Sword art on line vengono proposte in contemporanea con la messa in onda originale. Il tutto è gratuito su popcorn.tv e vvvvid.it. Per chi bazzica criptando la sua nazionalità ci sono i canali manga di Netflix o Crunchyroll (altra cosa che il vero otaku del mio passato avrebbe fatto). Tutto è veramente disponibile all'istante, adattamento perfetto, sonoro e sottotitoli all'altezza, un passo enorme rispetto ai bit torrent e alla classica pirateria (che necessitano di parecchio tempo sul computer) e alle fansub su Youtube.
"Troppo facile". Anzichè ringraziare la tecnologia e il popolo mondiale degli otaku che rende possibile persino a un uomo impegnato godersi serie giapponesi praticamente in tempo reale, mi sono lamentato come un vecchio reduce che rimpiange la guerra.
Però è anche giusto almeno lasciare un'effimera testimonianza dei nostri sforzi di allora, di quando la terra degli anime era una meta lontana, non solo per i chilometri ma soprattutto per le montagne di difficoltà pratiche da superare. Ecco dunque questo catalogo semiserio: Posteri leggete, ridete della nostra sfortuna e piangete pensando alla forza del nostro amore.
La situazione di partenza: eravamo schiavi di sovrani tutt'altro che illuminati. I network privati o la cara mediaset decidevano cosa vedevamo, quando lo vedevamo, la traduzione, l'adattamento, la sigla e tutto il contorno. Se saltavi una puntata decisiva potevi aspettare anni prima di rivederla. Inoltre i cartoni animati erano dei riempitivi: svariati i casi di serie ripartite dall'inizio in attesa di puntate inedite e interrotte subito, o puntate troncate a metà per lasciare spazio a funerali, parate militari, gare di sci, televendite di pentole (e sto citando solo casi realmente accaduti di cui mi ricordo distintamente l'incazzatura provocata).
Più nota la barbarie degli adattamenti, trame stravolte, sesso e parentele dei personaggi scambiati, finali spariti e rimontati. A volte per ignoranza, a volte per semplice sciatteria. La censura del non farli sembrare "troppo giapponesi" teorizzata dall'allora responsabile Mediaset Alessandra Valeri Manera è ormai consegnata alla letteratura e alla storia dei regimi assolutisti
Cercare un'alternativa significava tempo, denaro e una determinazione degna di miglior causa.
Step 1 Quanto è lontano il Giappone
Il primo passo era procurarsi materiale originale, complice anche un cambio particolarmente sfavorevole ai tempi, era tutto costosissimo a partire da viaggio e soggiorno. Dei pochi che avevano l'occasione di andare nel Sol levante pochissimi erano gli anime fan. Sto parlando di 10-20 corrieri utili l'anno per l'intera penisola e tutti con un budget limitato. Poi visto che i gusti erano simili ma la conoscenza del vasto mondo anime era limitata, gli acquisti erano spesso ripetuti. Gundam e Lupin su tutti. In particolare ricordo di aver visto almeno 4 diversi Gundam F91 che per il periodo (film al cinema, appena uscito, una sola videocassetta, nome di richiamo) rappresentava il souvenir perfetto per l'otaku italiano
Poi c'erano gli importatori, a Milano e Bologna (Yamato e Hammer), i cui cataloghi semestrali erano fotocopiati, passati di mano in mano, imparati a memoria come testi sacri, oggetto di infinite revisioni e liste dei desideri su cui si misuravano povertà di mezzi e voglia di scoprire.
Nulla mi ha insegnato la continenza negli acquisti come decidere se una cosa era figa solo sulla base di poche righe di descrizione e cercando di predire se tre-quattro mesi dopo, ricevuto il pacco, avrei ancora voluto averla
Step 2 Il supporto non mi supporta
Le nostre televisioni e videoregistratori erano Pal, le loro Ntsc. Scoperta che molti hanno fatto troppo tardi bestemmiando di fronte a immagini in bianco e nero o schermi tagliati a metà. I negozi di elettronica, prima delle fumetterie, sono stati per me punti d'incontro con altri appassionati, gli unici a chiedere particolari modelli multistandard a commessi ignari e spesso spaventati. I più ricchi di noi tagliavano questo problema comprando i laser disc,già praticamente estinti in Europa, ma pienamente usati in Giappone. Oggetti in sè meravigliosi anche per le illustrazioni di contorno, ma erano ingombranti e di scarsa fruibilità. Ho conosciuto persone nelle fiere che hanno comprato laser disc solo per la copertina, se lo sono appesi in camera senza guardarlo mai. Come certe tribù dell'Amazzonia che venerano le bottiglie vuote di Coca Cola
Dieci anni dopo un altro passo verso l'obsolescenza me lo ha fatto fare la parola "simulcast". Ovvero la fantastica novità per cui serie giapponesi di grido come Silver spoon, Space dandy o Sword art on line vengono proposte in contemporanea con la messa in onda originale. Il tutto è gratuito su popcorn.tv e vvvvid.it. Per chi bazzica criptando la sua nazionalità ci sono i canali manga di Netflix o Crunchyroll (altra cosa che il vero otaku del mio passato avrebbe fatto). Tutto è veramente disponibile all'istante, adattamento perfetto, sonoro e sottotitoli all'altezza, un passo enorme rispetto ai bit torrent e alla classica pirateria (che necessitano di parecchio tempo sul computer) e alle fansub su Youtube.
"Troppo facile". Anzichè ringraziare la tecnologia e il popolo mondiale degli otaku che rende possibile persino a un uomo impegnato godersi serie giapponesi praticamente in tempo reale, mi sono lamentato come un vecchio reduce che rimpiange la guerra.
Però è anche giusto almeno lasciare un'effimera testimonianza dei nostri sforzi di allora, di quando la terra degli anime era una meta lontana, non solo per i chilometri ma soprattutto per le montagne di difficoltà pratiche da superare. Ecco dunque questo catalogo semiserio: Posteri leggete, ridete della nostra sfortuna e piangete pensando alla forza del nostro amore.
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| Questi si baciano ma sono fratelli, e tutto prima che fosse una delle trame più cliccate su youporn |
La situazione di partenza: eravamo schiavi di sovrani tutt'altro che illuminati. I network privati o la cara mediaset decidevano cosa vedevamo, quando lo vedevamo, la traduzione, l'adattamento, la sigla e tutto il contorno. Se saltavi una puntata decisiva potevi aspettare anni prima di rivederla. Inoltre i cartoni animati erano dei riempitivi: svariati i casi di serie ripartite dall'inizio in attesa di puntate inedite e interrotte subito, o puntate troncate a metà per lasciare spazio a funerali, parate militari, gare di sci, televendite di pentole (e sto citando solo casi realmente accaduti di cui mi ricordo distintamente l'incazzatura provocata).
Più nota la barbarie degli adattamenti, trame stravolte, sesso e parentele dei personaggi scambiati, finali spariti e rimontati. A volte per ignoranza, a volte per semplice sciatteria. La censura del non farli sembrare "troppo giapponesi" teorizzata dall'allora responsabile Mediaset Alessandra Valeri Manera è ormai consegnata alla letteratura e alla storia dei regimi assolutisti
Cercare un'alternativa significava tempo, denaro e una determinazione degna di miglior causa.
Step 1 Quanto è lontano il Giappone
Il primo passo era procurarsi materiale originale, complice anche un cambio particolarmente sfavorevole ai tempi, era tutto costosissimo a partire da viaggio e soggiorno. Dei pochi che avevano l'occasione di andare nel Sol levante pochissimi erano gli anime fan. Sto parlando di 10-20 corrieri utili l'anno per l'intera penisola e tutti con un budget limitato. Poi visto che i gusti erano simili ma la conoscenza del vasto mondo anime era limitata, gli acquisti erano spesso ripetuti. Gundam e Lupin su tutti. In particolare ricordo di aver visto almeno 4 diversi Gundam F91 che per il periodo (film al cinema, appena uscito, una sola videocassetta, nome di richiamo) rappresentava il souvenir perfetto per l'otaku italiano
Poi c'erano gli importatori, a Milano e Bologna (Yamato e Hammer), i cui cataloghi semestrali erano fotocopiati, passati di mano in mano, imparati a memoria come testi sacri, oggetto di infinite revisioni e liste dei desideri su cui si misuravano povertà di mezzi e voglia di scoprire.
Nulla mi ha insegnato la continenza negli acquisti come decidere se una cosa era figa solo sulla base di poche righe di descrizione e cercando di predire se tre-quattro mesi dopo, ricevuto il pacco, avrei ancora voluto averla
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| Forse la mia copia pirata aveva questa illustrazione |
Step 2 Il supporto non mi supporta
Le nostre televisioni e videoregistratori erano Pal, le loro Ntsc. Scoperta che molti hanno fatto troppo tardi bestemmiando di fronte a immagini in bianco e nero o schermi tagliati a metà. I negozi di elettronica, prima delle fumetterie, sono stati per me punti d'incontro con altri appassionati, gli unici a chiedere particolari modelli multistandard a commessi ignari e spesso spaventati. I più ricchi di noi tagliavano questo problema comprando i laser disc,già praticamente estinti in Europa, ma pienamente usati in Giappone. Oggetti in sè meravigliosi anche per le illustrazioni di contorno, ma erano ingombranti e di scarsa fruibilità. Ho conosciuto persone nelle fiere che hanno comprato laser disc solo per la copertina, se lo sono appesi in camera senza guardarlo mai. Come certe tribù dell'Amazzonia che venerano le bottiglie vuote di Coca Cola
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| E comunque gli anime sono gli unici laserdisc che si vendono a prezzi decenti su Ebay |
sabato 23 agosto 2014
Manara risponde su Fumettologica, ma la marea è sfavorevole
Tra il sorpreso e il preoccupato, Milo Manara risponde su fumettologica alle critiche per la sua copertina su Spiderwoman. Cito il passaggio che secondo me centra il punto
Ad esempio Wired recensendo il secondo film di Sin City di Frank Miller dice
Una certa quantità di sfide alle certezze e alle consuetidini del lettore/spettatore dovrebbe essere un pregio per un'opera. Scopriamo che non è più così, come dice Manara
e noi ci sorprendiamo con lui
A meno che non ci sia, di questi tempi, una ipersensibilità verso immagini più o meno erotiche, dovuta a questo confronto continuo che siamo chiamati a fare con l’Islam. Si sa che la censura del corpo della donna non dovrebbe essere una caratteristica nostra, occidentale. È anche questo che mi sorprende abbastanza.Personalmente mi vengono i brividi quando con leggerezza si discute su cosa sia "accettabile" nel mondo dei fumetti e in generale su ogni forma di rappresentazione artistica, giornalistica o di qualsiasi altro tipo. Ho sempre pensato che il "pubblico senso della decenza" esistesse proprio per essere messo in discussione. I Fumetti, dagli anni 60 in poi, hanno svolto un bel ruolo in questo senso. Putroppo sempre più spesso proprio dal fronte progressista arrivano divieti e scomuniche internazionali.
Ad esempio Wired recensendo il secondo film di Sin City di Frank Miller dice
Honestly, it’s probably wrong to expect more—all gratuitous everything is the Rodriguez/Miller brand to the core. Sin City stories aren’t meant to be deep, and aren’t here to be politically correct. That’s fine. A lot of un-PC material can be compelling, but what was compelling when Rodriguez and Miller released their first flick in 2005 gets little more than a re-tread here, and a lot has changed since then. As a cinematic venture, A Dame to Kill For is a perfectly fine Sin City adaptation, but Miller and Rodriguez are releasing this film in a time much different than when its predecessor—let alone its source material—were released. After nine years, it’s a shame they haven’t matured.Il succo della critica è dunque che il film è bello, ma che un certo approccio - alla sin city appunto - non è più adatto ai tempi odierni, evidentemente più politically correct di quando uscì il primo film e ancor più di quando si pubblicava il fumetto. I palati si son fatti più sofisticati e gli stomaci più deboli.
Una certa quantità di sfide alle certezze e alle consuetidini del lettore/spettatore dovrebbe essere un pregio per un'opera. Scopriamo che non è più così, come dice Manara
devo prendere atto che quella che secondo me è un’immagine bella, piacevole, attraente, seducente – che è esattamente il mio scopo, o quello che vorrei raggiungere – per altri è disturbante. Ma questa è una cosa di cui devo prendere atto ogni volta. E per certi versi mi sorprende sempre di più.
e noi ci sorprendiamo con lui
venerdì 22 agosto 2014
La mia su Manara-Spiderwoman: quando il MARKETING è dogma
Manara ha fatto questa copertina (variant) per Spiderwoman
Diversi siti anche generalisti (qui e qui) lo hanno criticano perché è sessista e strumentalizza il corpo femminile. Non accetto critiche da quei pulpiti perché so che l'unico criterio di notiziabilità per gli eventi del mondo dei fumetti è se si mostrano innovatori/conservatori rispetto a certi stereotipi (patriottismo, violenza, omessessualità, eroine donna protagoniste/soprammobili). In pratica dei fumetti e dei veri elementi di novità ( autori, tipi di storie, generi che spariscono o vengono riscoperti, evoluzione dell'arte) non gliene frega niente. Direi che da appassionato mi sento in diritto di ricambiare tanta ignorante indifferenza.
Più variegata la posizione degli addetti ai lavori, come la riflessione sul livello di strumentalizzazione nello Showbiz di uno dei siti che seguo di più The Beat o i condivisibili pensieri "a margine" di Recchioni
Nell'ambiente tutti riconoscono che Manara ha fatto il suo lavoro, in coerenza con quanto finora gli ha fatto guadagnare una fama mondiale, semmai l'errore è della Marvel che ha sbagliato target di autori per il titolo, proprio ora che sta interessando il pubblico femminile e proponendo storie "moderne" (Miss Marvel, il futuro Thor donna)
Ecco questa è la cosa che mi fa letteralmente impazzire! Un artista con 45 anni di carriera, che piace trasversalmente in tre continenti, diventa di colpo un vecchio arnese, superato, impresentabile in certi contesti perché l'ultima strategia di marketing della Marvel/disney sembra aver un buon risultato (per i loro fatturati, s'intende).
E i cosidetti appassionati applaudono, assecondano quella che è la pressione di una parte del pubblico (non so quanto estesa) rispetto al lavoro dell'artista. Tutte le opere sono criticabili, nessuna però è censurabile. Se si cade nella spirale delle "sensibilità da non urtare" non ne usciamo più. Mai più Manara in America, mai più Utatane (disegna ancora?) in Italia, mai più Frank Miller in Medioriente, mai più Terry Moore in certi stati della Bible Belt statunitense. è quello che vogliamo?
Diversi siti anche generalisti (qui e qui) lo hanno criticano perché è sessista e strumentalizza il corpo femminile. Non accetto critiche da quei pulpiti perché so che l'unico criterio di notiziabilità per gli eventi del mondo dei fumetti è se si mostrano innovatori/conservatori rispetto a certi stereotipi (patriottismo, violenza, omessessualità, eroine donna protagoniste/soprammobili). In pratica dei fumetti e dei veri elementi di novità ( autori, tipi di storie, generi che spariscono o vengono riscoperti, evoluzione dell'arte) non gliene frega niente. Direi che da appassionato mi sento in diritto di ricambiare tanta ignorante indifferenza.
Più variegata la posizione degli addetti ai lavori, come la riflessione sul livello di strumentalizzazione nello Showbiz di uno dei siti che seguo di più The Beat o i condivisibili pensieri "a margine" di Recchioni
Nell'ambiente tutti riconoscono che Manara ha fatto il suo lavoro, in coerenza con quanto finora gli ha fatto guadagnare una fama mondiale, semmai l'errore è della Marvel che ha sbagliato target di autori per il titolo, proprio ora che sta interessando il pubblico femminile e proponendo storie "moderne" (Miss Marvel, il futuro Thor donna)
Ecco questa è la cosa che mi fa letteralmente impazzire! Un artista con 45 anni di carriera, che piace trasversalmente in tre continenti, diventa di colpo un vecchio arnese, superato, impresentabile in certi contesti perché l'ultima strategia di marketing della Marvel/disney sembra aver un buon risultato (per i loro fatturati, s'intende).
E i cosidetti appassionati applaudono, assecondano quella che è la pressione di una parte del pubblico (non so quanto estesa) rispetto al lavoro dell'artista. Tutte le opere sono criticabili, nessuna però è censurabile. Se si cade nella spirale delle "sensibilità da non urtare" non ne usciamo più. Mai più Manara in America, mai più Utatane (disegna ancora?) in Italia, mai più Frank Miller in Medioriente, mai più Terry Moore in certi stati della Bible Belt statunitense. è quello che vogliamo?
mercoledì 2 luglio 2014
Favori ai pedofili e favori ai manga
Manga e pedofilia. Non possiamo
nasconderci che il secondo sia un scomodo compagno di viaggio del
primo. Etichetta frettolosa e disinformata che i fumetti giapponesi
si portano dietro praticamente, tanto
pervicace e insinuante tanto che la parola manga è, in qualche contesto, sinonimo di
fumetti pornografici.
D'altronde un ventennio di psicologi
terrorizzati e di genitori preoccupati non possono essere cancellati
solo perché noi, la generazione nata negli anni 70, conta qualcosa. Per fortuna ormai in qualsiasi consesso, pubblico o privato, un sessantenne che se la
prende con i cartoni animati diseducativi trova un altro adulto che ribatte come lui sia cresciuto con candy candy e goldrake senza che
questo gli abbia sconvolto la vita.
Attenti però a non cadere nell'eccesso
opposto come hanno fatto questi anime fan alla CNN che hanno risposto
unanimi alla provocatoria domanda “il Giappone vieta la pornografia infantile, allora perché[ i disegni sono ammessi?”
Tutti giustamente compatti nel
criticare l'equivalenza tra immagine disegnata e una foto. L'assenza
anche nel manga più violento e scabroso della coercizione e della
violenza verso una persona reale. L'assurda punizione per la sola
detenzione di materiale disegnato che in altre nazioni viene
regolarmente venduto e l'ancor più assurda legislazione che lascia
l'arbitrio a un giudice la decisione sui singoli in casi in cui la
decenza viene superata. Con esiti paradossali, ma non meno reali.
Tutto sacrosanto. Buon costume e legge penale non
dovrebbero mai essere accostati, i reati sessuali esistono perché
colpiscono le persone che li subiscono non perché offendono la
morale comune. La legge deve proteggere le vittime non imporre codici
di comportamento, questo è un cardine della civiltà occidentale e
liberale. Mi ricordo che quando feci un viaggio in Tunisia nel 1988
c'erano dei malfamati cinema a luci rosse che davano i film di Gloria
Guida e Pierino. Immagino che ci fossero della durissime legge conto
chi contrabbandava ai minori o fuori da quei ristrettisimi circolo un
simile “materiale pornografico”.
In Italia li conosciamo bene certi fondamentalismi, basta pensare a quel capolavoro di disclaimer della Star comics sui suoi albi per cui “tutti i
personaggi devono intendersi maggiorenni”.
Detto questo, siamo abbastanza scafati
da sapere quanto sia forte l'industria del “titillamento” che si
arricchisce producendo tonnellate di ninfette precotte e che non
tutto quello che ci vendono è frutto di visione artistiche sincere e/o
provocatorie. Specie ora che si fanno serie Tv e videogames con
espresso target di 30-40enni e le ragazzine irreali che li popolano
non hanno nemmeno più la scusa di favorire l'identificazione degli
spettatori. Non credo seriamente che questo crei un incentivo alla
pedofilia o anche solo argomenti a chi vuole giustificarla, ma non
vendiamo un il fan service come cultura, perché significa dar
ragione a ignoranti e moralisti. I manga sono una cosa seria, non una fede.
Mercificazione del corpo e
discriminazione verso le donne sono un problema reale e non è una
bestemmia ammettere che in Giappone sono un paio di passo indietro
rispetto al resto d'occidente. Il ritardo di Tokyo nell'adeguarsi agli standard Onu
ne è solo l'ultima dimostrazione. Se poi ci sono anche motivazioni
economiche come la difesa delle aziende editoriale del cool Japan il
compromesso al ribasso è servito. E se qualcuno pensa che dire
questo sia un tradimento, avrà pure letto un miliardo di manga, ma
ha sprecato tempo perché non ha capito il messaggio di tolleranza e
apertura mentale contenuto nella stragrande maggioranza di essi.
giovedì 19 giugno 2014
Yara, troppa fiction nella realtà
Ciò che più mi disturba della vicenda di Yara Gambirasio è l'eccitazione non detta ma chiaramente percepibile che ci
sia una connessione tra "la colpa" che 45 anni fa ha
generato due figli fuori dal matrimonio e il fatto uno dei due sia
diventato poi un presunto assassino. Razionalmente è un'ipotesi che non regge, nulla del suo passato (probabilmente non ne era neancha direttamente a conoscenza). per chi ha seguito questa storia distrattamente sottolineo che non
c'è nessun legame evidente tra le famiglie della vittima e
dell'arrestato e men che meno con i fatti accaduti più di 40 anni prima. Eppure questo dettaglio dei figli segreti sembra essere il dato che più accende l'attenzione.
Eppure è un teorema "troppo affascinante per non essere vero", accessibile sia a chi ci vede i risvolti letterari di una vita nata "squilibrata" da una bugia iniziale, sia in menti più semplici bisognose di trovare una spiegazione comprensibile di fronte all'orrore. Un misto di retaggio cattolico e cultura popolare trova perfettamente plausibile che "le colpe dei padri ricadano sui figli", se poi queste colpe si chiamano adulterio e omertà diventa una verità autoevidente.
Nel caso qualcuno si stesse domandando perché il vostro umile uomo dei fumetti si lanci in tali divagazioni rientro subito in topic. Se una storia così l'avessi trovata in un romanzo (Ammaniti o, ad altre latitudini, Landsdale) non mi avrebbe fatto impazzire ma me la sarei letta. Azzarello, Lemire o Brubacker avrebbero potuto ambientare una storia simile tra le praterie del midwest piuttosto e lo avrebbero fatto filosofeggiando sul caso/destino e sulla psicologia di un'assassino. E li avrebbe avuto un senso
Invece trasportata nella realtà non mi suscita nessuna emozione, se non la convinzione che nulla vale la brusca fine della vita di una ragazzina. Noi venditori di giornali sappiamo che l'aggettivo "vero" ha un'irresistibile appeal verso i lettori. Funziona più di qualsiasi cosa, anche di notizie che hanno un effettivo impatto sulla nostra vita quotidiana. Ma il vero mistero è perché le persone vogliano sapere che una storia è vera proprio per poterci ricamare sopra particolari inverosimili o mai provati. O peggio ancora traggono morali e insegnamenti che di solito sono solo la conferma dei loro pregiudizi.
Vogliono la verità per evadere da essa. Cioè quello che abbiamo imparato a chiamare Reality.
Di solito si dice che chi legge troppa finzione finisce per far fatica a distinguere reale e inventato. Se vale la testimonianza del sottoscritto - che di certo è all'interno dell'1% della popolazione italiana che più ha macinato film, libri fumetti, serie TV, giochi e persino fiction autoprodotta nei giochi di ruolo - è piuttosto vero il contrario. Più si passa a guardare vite inventate e più diventa intollerabile che esistenze vere, esseri umani in carne e ossa siano trasformati in macchiette di romanzi truci e insensati
Eppure è un teorema "troppo affascinante per non essere vero", accessibile sia a chi ci vede i risvolti letterari di una vita nata "squilibrata" da una bugia iniziale, sia in menti più semplici bisognose di trovare una spiegazione comprensibile di fronte all'orrore. Un misto di retaggio cattolico e cultura popolare trova perfettamente plausibile che "le colpe dei padri ricadano sui figli", se poi queste colpe si chiamano adulterio e omertà diventa una verità autoevidente.
Nel caso qualcuno si stesse domandando perché il vostro umile uomo dei fumetti si lanci in tali divagazioni rientro subito in topic. Se una storia così l'avessi trovata in un romanzo (Ammaniti o, ad altre latitudini, Landsdale) non mi avrebbe fatto impazzire ma me la sarei letta. Azzarello, Lemire o Brubacker avrebbero potuto ambientare una storia simile tra le praterie del midwest piuttosto e lo avrebbero fatto filosofeggiando sul caso/destino e sulla psicologia di un'assassino. E li avrebbe avuto un senso
Invece trasportata nella realtà non mi suscita nessuna emozione, se non la convinzione che nulla vale la brusca fine della vita di una ragazzina. Noi venditori di giornali sappiamo che l'aggettivo "vero" ha un'irresistibile appeal verso i lettori. Funziona più di qualsiasi cosa, anche di notizie che hanno un effettivo impatto sulla nostra vita quotidiana. Ma il vero mistero è perché le persone vogliano sapere che una storia è vera proprio per poterci ricamare sopra particolari inverosimili o mai provati. O peggio ancora traggono morali e insegnamenti che di solito sono solo la conferma dei loro pregiudizi.
Vogliono la verità per evadere da essa. Cioè quello che abbiamo imparato a chiamare Reality.
Di solito si dice che chi legge troppa finzione finisce per far fatica a distinguere reale e inventato. Se vale la testimonianza del sottoscritto - che di certo è all'interno dell'1% della popolazione italiana che più ha macinato film, libri fumetti, serie TV, giochi e persino fiction autoprodotta nei giochi di ruolo - è piuttosto vero il contrario. Più si passa a guardare vite inventate e più diventa intollerabile che esistenze vere, esseri umani in carne e ossa siano trasformati in macchiette di romanzi truci e insensati
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