lunedì 12 gennaio 2015

Contro ogni nobile morte

Non esistono formule, slogan, analisi in grado di razionalizzare la strage di 19 persone avvenuta in Francia. Le pattuglie sotto la mia redazione mi ricordano più di ogni altra cosa quanto le nostre "libertà" siano fragili di fronte al fanatismo e alla follia altrui ( figlia della disperazione e della rabbia umane, senza scomodare gli Assoluti e le chiamate divine).
 Charb, Wolinski e tutti gli altri erano "in prima linea" a rivendicare il diritto allo sberleffo, alla critica ad ogni forma di potere costituito, specie se ammantato da sacralità che serve soprattutto a dare l'immunità agli uomini che di vestono del mandato divino. Quindi il problema non era se facessero bella o brutta satira, se si siano disegnati incoscientemente o volontariamente un bersaglio addosso. Quei colleghi morti e feriti nella redazione di Charlie Hebdo era gente molto simile a me per tipo di vita, valori e questo rende la loro vicenda ancora più spaventosa ai miei occhi.
Ma mi chiedo: ne valeva la pena? Esiste una determinante differenza tra chi è disposto a dare la vita per qualcosa in cui crede e chi vuole farlo a tutti costi (di certo vale per gli attentantori).E' da questo che si misura la qualità morale di una persona?



La risposta l'ho letta in un manga di 40 anni fa: "Verso una nobile morte" di Shigero Mizuki, da noi più famoso per Kitaro e Nonnonba. Uscito nei primi anni 70 in Giappone e pubblicato da Lizard un paio di anni fa in italiano. Mizuki racconta la sua esperienza di soldato in una sperduta isola del Pacifico nel 43. I generali dell'esercito giapponese hanno forse già capito di non poter vincere contro gli Stati Uniti e per questo trasformano la guerra in qualcosa di ancor più folle. Senza mezzi e senza speranza di vittoria, la sopravvivenza diventa il male peggiore. Gli ufficiali cercano una morte onorevole o un suicidio rituale che li mondi dalla sconfitta. I soldati, oltre che combattere contro fame, malattia e bombe, devono sottostare ad un regime privo di qualsiasi buon senso.

Si tratta di una satira della guerra non attraverso la parodia, ma illustrandone con fatti reali la totale irrazionalità. Il sistema di regole, valori e propaganda proprio di "uno stato di guerra" in teoria sarebbe un male necessario a ottenere il bene comune della vittoria, ma in realtà è solo una giustificazione posticcia per compiere soprusi, colpire innocenti e convincere delle persone normali a sacrificare la propria vita o compiere azioni disumane.
Alla fine è chiaro che non esistono nobili morti, nessuna carica suicida, nessun gesto eroico, nessun seppuku cambia che in guerra ci sono quasi solo vittime mentre i carnefici sono una minoranza, l'unica che sceglie volontariamente di imbracciare le armi.
Il modo in cui si muore non migliora il modo in cui siamo vissuti



Leggendo penso a tutti quelli - anche tra i "moderati"- che ammettono con leggerezza "siamo in guerra". Ci stanno dicendo di prepararci a rinunciare alla libertà, ai diritti e persino alla nostra vita. Sarà colpa del nemico sanguinario e malvagio, non di chi ci darà gli ordini in nome di Dio, del patriottismo o dei nostri valori. I macellai diventeranno eroi, i disperati diventeranno martiri, i fanatici saranno leader. Ecco, io combatto contro l'inevitabilità della guerra. 

sabato 20 dicembre 2014

Non è un anime per vecchi: Sword art online

Ho visto la mia prima serie anime. La prima da quando sono papà e la prima dopo aver compiuto i 40 anni. A  20 anni ero orgogliosamente sicuro che avrei visto cartoni animati fino alla vecchiaia, devo ammettere che affrontare Sword art online invece non è stato semplicissimo:una storia mainstream, passata in televisione, senza nessun legame con i titoli e gli autori che ho visto e amato nel passato. Addirittura l'adattamento di una serie di Light novel (ai miei tempi succedeva il contrario: i romanzi erano sottoprodotti di manga/anime di successo).  Temevo che i miei occhi, la mia sensibilità fossero definitivamente cambiati. Quando vedo i miei figli iptonizzati dalle luci e dai colori delle giostre ricordo cosa si provava, ma ovviamente non posso più tonare indietro.


Beh, mi sono proprio divertito, la prima parte della serie (le 25 puntate sono divise in due parti molto distinte) non mi vergogno a definirla avvincente. Come spesso accade nelle serie ben riuscite, ambientazione e atmosfera contano più della trama che parte da un'idea recente ma già molto sfruttata: i giocatori di un gioco ruolo virtuali si trovano bloccati all'interno del mondo di Sword art on line e quella diventa la loro vita vera. Amori, battaglie, morti, amicizie vengono forgiate nella grande quest di trovare un modo di tornare a casa
Nelle puntate vengono affrontati tutti i topos tipici del "modernissimo" dilemma virtuale/reale. Chi gioca per fuggire dalla realtà, chi indietro non ci vuol proprio tornare, chi scopre di dover maturare in fretta per affrontare le responsabilità nel nuovo mondo. Gli stessi protagonisti Asuna e Kirito sono incredibilmente più adulti quando interpretano il proprio alter ego di quanto non lo siano nella "realtà". Anzi una delle chiavi conclusive della serie è il momento in cui i due ragazzi dimostrano di aver raggiunto la consapevolezza e la stabilità dei loro personaggi virtuali.

 Quello che mi ha stupito di più è riuscire ancora a provare empatia per personaggi così lontani come età e come motivazioni. La serie si fa amare anche da uno sguardo più distaccato e cinico nonostante qualche trama esile (troppi episodi?) e l'inserimento di un triangolo amoroso tra i protagonisti e la sorellastra di Kirito il cui unico scopo è titillare qualche fantasia malata tra gli adolescenti maschi (anche questo stravisto).
Ma la vera domanda che mi ha assillato durante la visione (trascinata per almeno otto mesi e un giorno spiegherò perché non credo nel binge watching): cosa direi ai miei figli di fronte a certe scene di violenza o di ammiccamenti? Per chiarire, nelle ultime puntate della serie c'è una scena che nel "mondo dei grandi" viene definita "pesante molestia sessuale" e subito dopo viene chiarita la differenza tra uccidere in un mondo virtuale e nel mondo reale.
Immagini inquietanti, ma che non mi sento di definire fuori posto. Viste all'età giusta si cresce anche così. Davanti al monitor o seduti sul divano, mi sembra un posto abbastanza sicuro per farsi strappare certe ingenue certezze giovanili
D'altronde a cose del genere noi siamo sopravvissuti

sabato 8 novembre 2014

Da zero a +1 (recensione Dimentica il mio nome)

Dimentica il mio nome è il più bel fumetto finora pubblicato da Zerocalcare. Di certo il migliore dei “lungometraggi” del giovane autore romano. Si ride tanto e ci si commuove un po’. Ingredienti nuovi e graditi sono un bella dose di mistero e qualche bella scena d’azione.  Tra qualche anno qualcuno gli riconoscerà (insieme a Maddox) di aver rinnovato e trasportato nel ventunesimo secolo la gloriosa tradizione delle strip all’italiana. Zero è l’erede di Bonvi, Silver, Enzo Lunari, Angese, Sergio Staino e Disegni&Caviglia (li ho messi secondo il mio personalissimo ordine di grandezza).

Per la capacità di parlare alla propria generazione Zerocalcare può persino aspirare ad Andrea Pazienza, per ora il paragone non è proponibile, anche se proprio questo volume è un passaggio importante verso qualcosa. Quando si passa alla graphic novel  Zero sembra sempre costretto ad adattarsi, come Federer sulla terra rossa. Stavolta la trama mantiene la giusta tensione per le oltre 200 pagine e cresce nel finale. A differenza di Dodici e di un Polpo alla gola il risultato è più solido, in entrambi i precedenti casi la storia di fondo appariva un pretesto per una serie di gag da una-due tavole. Stavolta - aiutato da una serie di fatti “reali” che riguardano la giovinezza di sua madre e sua nonna - lo Zero sceneggiatore sembra alleggerito dalla difficoltà della costruzione di una storia e riesce a concentrarsi sull’effetto finale, la qualità dei dialoghi, sperimenta persino qualcosa dal punto di vista grafico. Meno inquadrature fisse “stile strip” è più vignette in movimento e perfino qualche splash page.

Specie nelle opere lunghe traspare il timore dell'autore non avere qualcosa di “degno” da dire, di apparire troppo leggero. La sua comicità nasce da una severità morale di cui lui è prima vittima. Per quanto il suo amico armadillo continui a gridargli di fottersene, sembra inesorabilmente segnato sia dalla gioventù nei centri sociali in cui tutto è sottoposto a verifiche di conformità politica e “purezza” (vestiario, alimentazione, luoghi di divertimento, generi musicali, film e libri); sia dal presente da star dei social in cui il giudizio del pubblico è continuo e onnipresente (altrettanto spesso ingiustificato). Ormai ha il troll incorporato che deve imparare a domare per fare un ulteriore passo e guadagnare sicurezza nello storytelling

L'indagine sul vero passato della sua famiglia è avvincente, la commistione reale-fantastico permette persino di scomodare Murakami di Kafka sulla spiaggia. E c'é anche una morale per il protagonista e i lettori: il mondo là fuori, l’intreccio del vissuto delle persone, è una cosa enorme, più grande di qualsiasi sistema etico, giuridico, ideologia politica e persino logica-razionale. Sotto sotto Zero ammette che esserne accorto solo a trent’anni è una colpa. Io aggiungo che è una tara generazionale-nazionale di chi ha passato una giovinezza troppo facile e troppo spiaccicata sui divani dei genitori a discettare di cose che sono lì a portata di tv e computer, ma che non si conoscono davvero.

p.s. Naturalmente la cosa più importante è che si ride parecchio. Val la pena ribadirlo dopo tutto sto pippone

giovedì 11 settembre 2014

Demografia e declino degli anime-fan

I Dvd di Goldrake venduti con il Corriere della Sera hanno avuto un effettivo impatto sulle vendite del quotidiano. In poche parole almeno le prime uscite sono da considerarsi un vero successo. Non è la prima volta che gli anime arrivano in edicola, né è nuovo l'abbinamento a testate storiche di grande tiratura (Gazzetta dello sport e Tv sorrisi e canzoni i precedenti illustri). Per la prima volta però l'intera strategia di marketing si è basata sull'effetto nostalgia, persino coinvolgendo la parte redazionale  del giornale che nel mese di agosto ha fatto più di un tributo alla generazione Goldrake.

Tra il 1970 e il 1990 sono nati in Italia 14,6 milioni di persone, i primi avevano 8 anni quando la creatura di Go Nagai apparve sui Rai 2. Possiamo dire che il 100% di questa parte della popolazione ha visto la sua dose di cartoni animati. Non tutti loro sono diventati anime-fan (anzi direi che con questo mercato potenziale i frequentatori di fumetterie e fiere sono anche pochi), ma di certo nessuno di loro vi guarderà in modo strano se parlate di Lupin o Dragonball o i cavalieri dello zodiaco.

Si può giocare in molti modi dentro questo universo, vedere come il quasi monopolio dei robottoni dell'inizio (appena contrastato da maghette e shojo) sia stato superato da un fiorire di generi seguendo di pari passo l'età d'oro dell'animazione nipponica. Sono arrivate le soap, le epopee sportive, la comicità demenziale, gli anime di combattimenti. Quest'ultimi poi hanno stravinto negli anni 90 con i successi di dragonball (arrivato da noi con congruo ritardo rispetto al Giappone), affiancati da una consistente ondata di fantasy come non se ne era mai visti prima
Se parlate con fan di età diverse vi accorgerete di come questa esposizione variegata influisce su gusti e persino temperamento. I più vecchi di solito hanno gusti più hard e vanno in visibilio per fantascienza e mecha design. I figli degli anni 80 sono più romantici, segnati da Lamu, Orange Road, ma anche sensibili alla parodia e alla gag surreale. Gli ultimi invece, i meno interessanti, sembrano risentire della ripetitività di certi schemi che da Pokemon, One Piece e Naruto in poi hanno finito per assimilare le storie a videogame dai continui scontri e power up

Ma non è questo declino "qualitativo" che mi preoccupa, piuttosto la ritirata demografica in corso quell'esposizione devastante e inevitabile ai cartoni giapponesi è fatto del passato. Le sedicenni di adesso sono cresciute con le Winx (in giro da dieci anni ormai), i più giovani scendono a Peppa Pig. Chi ha passato l'infanzia nell'era dei canali per bambini di sky e mediaset ha visto diversi anime, ma le vere novità del periodo sono le serie di Cartoon Network (ora trionfante con adventure time, ma regular show, fantagenitori, leone cane fifone sono ormai delle istituzioni). I loro ricordi d'infanzia saranno inevitabilmente meno nippocentrici

Insomma la Generazione goldrake è già passata e non sembra ce ne sia un'altra a prendere il testimone, il futuro dell'animazione giapponese sembra pronto a tornare nella nicchia

mercoledì 27 agosto 2014

In principio era un problema di Ntsc - 1

Avevo capito di aver lasciato la prima linea degli otaku da qualche parte tra il 2000 e il 2002 per colpa del fenomeno dei fan-sub. La tecnologia stava permettendo a noi appassionati un ulteriore liberazione nella lunga catena che separava gli appassionati dai loro oggetti del desiderio. Ma in quel giro vorticoso di cd rom pieni di anime sottotitolati io arrancavo, mi chiesero di aiutare all'adattamento fatto in casa di Bakuretsu hunter e Slayers facendo un minimo di editing e dovetti rinunciare.

Dieci anni dopo un altro passo verso l'obsolescenza me lo ha fatto fare la parola "simulcast". Ovvero la fantastica novità per cui serie giapponesi di grido come Silver spoon, Space dandy o Sword art on line vengono proposte in contemporanea con la messa in onda originale. Il tutto è gratuito su  popcorn.tv  e vvvvid.it. Per chi bazzica criptando la sua nazionalità ci sono i canali manga di Netflix o Crunchyroll (altra cosa che il vero otaku del mio passato avrebbe fatto). Tutto è veramente disponibile all'istante, adattamento perfetto, sonoro e sottotitoli all'altezza,  un passo enorme rispetto ai bit torrent e alla classica pirateria (che necessitano di parecchio tempo sul computer) e alle fansub su Youtube.

"Troppo facile". Anzichè ringraziare la tecnologia e il popolo mondiale degli otaku che rende possibile persino a un uomo impegnato godersi serie giapponesi praticamente in tempo reale, mi sono lamentato come un vecchio reduce che rimpiange la guerra.

Però è anche giusto almeno lasciare un'effimera testimonianza dei nostri sforzi di allora, di quando la terra degli anime era una meta lontana, non solo per i chilometri ma soprattutto per le montagne di difficoltà pratiche da superare. Ecco dunque questo catalogo semiserio: Posteri leggete, ridete della nostra sfortuna e piangete pensando alla forza del nostro amore.

Questi si baciano ma sono fratelli, e tutto prima che fosse una delle trame più cliccate su youporn


La situazione di partenza: eravamo schiavi di sovrani tutt'altro che illuminati. I network privati o la cara mediaset decidevano cosa vedevamo, quando lo vedevamo, la traduzione, l'adattamento, la sigla e tutto il contorno. Se saltavi una puntata decisiva potevi aspettare anni prima di rivederla. Inoltre i cartoni animati erano dei riempitivi: svariati i casi di serie ripartite dall'inizio in attesa di puntate inedite e interrotte subito, o puntate troncate a metà per lasciare spazio a funerali, parate militari, gare di sci, televendite di pentole (e sto citando solo casi realmente accaduti di cui mi ricordo distintamente l'incazzatura provocata).
Più nota la barbarie degli adattamenti, trame stravolte, sesso e parentele dei personaggi scambiati, finali spariti e rimontati. A volte per ignoranza, a volte per semplice sciatteria. La censura del non farli sembrare "troppo giapponesi" teorizzata dall'allora responsabile Mediaset Alessandra Valeri Manera è ormai consegnata alla letteratura e alla storia dei regimi assolutisti

Cercare un'alternativa significava tempo, denaro e una determinazione degna di miglior causa.
Step 1 Quanto è lontano il Giappone
Il primo passo era procurarsi materiale originale, complice anche un cambio particolarmente sfavorevole ai tempi, era tutto costosissimo a partire da viaggio e soggiorno. Dei pochi che avevano l'occasione di andare nel Sol levante pochissimi erano gli anime fan. Sto parlando di 10-20 corrieri utili l'anno per l'intera penisola e tutti con un budget limitato. Poi visto che i gusti erano simili ma la conoscenza del vasto mondo anime era limitata, gli acquisti erano spesso ripetuti. Gundam e Lupin su tutti. In particolare ricordo di aver visto almeno 4 diversi Gundam F91 che per il periodo (film al cinema, appena uscito, una sola videocassetta, nome di richiamo) rappresentava il souvenir perfetto per l'otaku italiano
Poi c'erano gli importatori, a Milano e Bologna (Yamato e Hammer), i cui cataloghi semestrali erano fotocopiati, passati di mano in mano, imparati a memoria come testi sacri, oggetto di infinite revisioni e liste dei desideri su cui si misuravano povertà di mezzi e  voglia di scoprire.
Nulla mi ha insegnato la continenza negli acquisti come decidere se una cosa era figa solo sulla base di poche righe di descrizione e cercando di predire se tre-quattro mesi dopo, ricevuto il pacco, avrei ancora voluto averla
Forse la mia copia pirata aveva questa illustrazione


Step 2  Il supporto non mi supporta
Le nostre televisioni e videoregistratori erano Pal, le loro Ntsc. Scoperta che molti hanno fatto troppo tardi bestemmiando di fronte a immagini in bianco e nero o schermi tagliati a metà. I negozi di elettronica, prima delle fumetterie, sono stati per me punti d'incontro con altri appassionati, gli unici a chiedere particolari modelli multistandard a commessi ignari e spesso spaventati. I più ricchi di noi tagliavano questo problema comprando i laser disc,già praticamente estinti in Europa, ma pienamente usati in Giappone. Oggetti in sè meravigliosi anche per le illustrazioni di contorno, ma erano ingombranti e di scarsa fruibilità. Ho conosciuto persone nelle fiere che hanno comprato laser disc solo per la copertina, se lo sono appesi in camera senza guardarlo mai. Come certe tribù dell'Amazzonia che venerano le bottiglie vuote di Coca Cola

E comunque gli anime sono gli unici laserdisc che si vendono a prezzi decenti su Ebay



sabato 23 agosto 2014

Manara risponde su Fumettologica, ma la marea è sfavorevole

Tra il sorpreso e il preoccupato, Milo Manara risponde su fumettologica alle critiche per la sua copertina su Spiderwoman. Cito il passaggio che secondo me centra il punto

A meno che non ci sia, di questi tempi, una ipersensibilità verso immagini più o meno erotiche, dovuta a questo confronto continuo che siamo chiamati a fare con l’Islam. Si sa che la censura del corpo della donna non dovrebbe essere una caratteristica nostra, occidentale. È anche questo che mi sorprende abbastanza.
Personalmente mi vengono i brividi quando con leggerezza si discute su cosa  sia "accettabile" nel mondo dei fumetti e in generale su ogni forma di rappresentazione artistica, giornalistica o di qualsiasi altro tipo. Ho sempre pensato che il "pubblico senso della decenza" esistesse proprio per essere messo in discussione. I Fumetti, dagli anni 60 in poi, hanno svolto un bel ruolo in questo senso. Putroppo sempre più spesso proprio dal fronte progressista arrivano divieti e scomuniche internazionali.

Ad esempio Wired recensendo il secondo film di Sin City di Frank Miller  dice
Honestly, it’s probably wrong to expect more—all gratuitous everything is the Rodriguez/Miller brand to the core. Sin City stories aren’t meant to be deep, and aren’t here to be politically correct. That’s fine. A lot of un-PC material can be compelling, but what was compelling when Rodriguez and Miller released their first flick in 2005 gets little more than a re-tread here, and a lot has changed since then. As a cinematic venture, A Dame to Kill For is a perfectly fine Sin City adaptation, but Miller and Rodriguez are releasing this film in a time much different than when its predecessor—let alone its source material—were released. After nine years, it’s a shame they haven’t matured.
Il succo della critica è dunque che il film è bello, ma che un certo approccio - alla sin city appunto - non è più adatto ai tempi odierni, evidentemente più politically correct di quando uscì il primo film e ancor più di quando si pubblicava il fumetto. I palati si son fatti più sofisticati e gli stomaci più deboli.

Una certa quantità di sfide alle certezze e alle consuetidini del lettore/spettatore dovrebbe essere un pregio per un'opera. Scopriamo che non è più così, come dice Manara

devo prendere atto che quella che secondo me è un’immagine bella, piacevole, attraente, seducente – che è esattamente il mio scopo, o quello che vorrei raggiungere – per altri è disturbante. Ma questa è una cosa di cui devo prendere atto ogni volta. E per certi versi mi sorprende sempre di più. 

e noi ci sorprendiamo con lui

venerdì 22 agosto 2014

La mia su Manara-Spiderwoman: quando il MARKETING è dogma

Manara ha fatto questa copertina (variant) per Spiderwoman


Diversi siti anche generalisti (qui e qui) lo hanno criticano perché è sessista e strumentalizza il corpo femminile. Non accetto critiche da quei pulpiti perché so che l'unico criterio di notiziabilità per gli eventi del mondo dei fumetti è se si mostrano innovatori/conservatori rispetto a certi stereotipi (patriottismo, violenza, omessessualità, eroine donna protagoniste/soprammobili). In pratica dei fumetti e dei veri elementi di novità ( autori, tipi di storie, generi che spariscono o vengono riscoperti, evoluzione dell'arte) non gliene frega niente. Direi che da appassionato mi sento in diritto di ricambiare tanta ignorante indifferenza.

Più variegata la posizione degli addetti ai lavori, come la riflessione sul livello di strumentalizzazione nello Showbiz di uno dei siti che seguo di più The Beat o i condivisibili pensieri "a margine" di Recchioni 
Nell'ambiente tutti riconoscono che Manara ha fatto il suo lavoro, in coerenza con quanto finora gli ha fatto guadagnare una fama mondiale, semmai l'errore è della Marvel che ha sbagliato target di autori per il titolo, proprio ora che sta interessando il pubblico femminile e proponendo storie "moderne" (Miss Marvel, il futuro Thor donna)

Ecco questa è la cosa che mi fa letteralmente impazzire! Un artista con 45 anni di carriera, che piace trasversalmente in tre continenti, diventa di colpo un vecchio arnese, superato, impresentabile in certi contesti perché l'ultima strategia di marketing della Marvel/disney sembra aver un buon risultato (per i loro fatturati, s'intende).

E i cosidetti appassionati applaudono, assecondano quella che è la pressione di una parte del pubblico (non so quanto estesa) rispetto al lavoro dell'artista. Tutte le opere sono criticabili, nessuna però è censurabile. Se si cade nella spirale delle "sensibilità da non urtare" non ne usciamo più. Mai più Manara in America, mai più Utatane (disegna ancora?) in Italia, mai più Frank Miller in Medioriente, mai più Terry Moore in certi stati della Bible Belt statunitense. è quello che vogliamo?